La geopolitica non si ferma a Natale

 

Limes – a cura di Federico Petroni

L’analisi delle 5 notizie più importanti degli ultimi 7 giorni.

La crisi mancata tra Russia e Turchia

L’evento della settimana potenzialmente più esplosivo dal punto di vista geopolitico è stato l’assassinio ad Ankara dell’ambasciatore russo Andrej Karlov. L’omicidio, ancora più grave dell’abbattimento un anno fa del jet russo nei cieli di Siria, non ha però inabissato come 13 mesi fa le relazioni fra Turchia e Russia.

Il quadro geopolitico è infatti completamente mutato. Nel novembre 2015, i due colossi del Mar Nero sedevano su fronti opposti nella guerra di Siria. Soprattutto, agli albori del suo intervento levantino, la Russia andava cercando la collaborazione di qualunque attore fosse disposto a schiacciare l’insurrezione contro Assad, compresi i curdi siriani delle Ypg, branca locale del Pkk.

Ciò faceva infuriare Erdogan, che aveva due ragioni per dipingere i curdi come principale minaccia alla sicurezza nazionale. Primo, l’intesa con i russi avrebbe rafforzato il tentativo delle Ypg di costruirsi un’autonomia/indipendenza nel Nord della Siria, minando l’ambizione di Ankara di crearvi un satellite nella propria orbita. Secondo, la demonizzazione dei curdi era funzionale al rafforzamento elettorale del leader turco e dei suoi progetti di presidenzialismo.

Oggi, invece, come ha certificato il vertice trilaterale sulla Siria allargato all’Iran, Mosca e Ankara trovano conveniente remare nella stessa direzione, apparentemente accordandosi sulle rispettive aree di caccia mesopotamiche – Aleppo ai russi, al-Bab per i turchi.

Soprattutto, una volta appurato che l’omicidio di Karlov non è un’esecuzione di Stato, il Cremlino stavolta pare aver colto la complessità della scena politica turca, in una delicatissima fase di instabilità dal golpe e controgolpe dell’estate scorsa. Sa che Erdogan è di gran lunga l’anello più debole dell’intesa russo-turca e l’attore che più ha da perdere. Gettare alle ortiche il rapporto con l’unico membro della Nato al momento disposto a intraprendere iniziative comuni sarebbe un suicidio.

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Tra Berlino e l’hinterland meneghino [di Niccolò Locatelli]

L’attentato al mercato natalizio della capitale tedesca e la successiva uccisione del presunto responsabile Anis Amri a Sesto San Giovanni confermano alcune recenti riflessioni sul jihadismo in Europa.

La Germania, pur non essendo in prima fila contro lo Stato Islamico in Siraq, rimane un bersaglio prediletto nel Vecchio Continente; il numero di “individui potenzialmente pericolosi” nel paese è salito a 549 – erano 266 a gennaio di un anno fa. Oltre a uccidere infedeli, seminare il terrore nei tedeschi ha per i jihadisti il vantaggio aggiuntivo di mettere sotto attacco le parziali aperture verso i migranti della cancelliera Merkel, che l’anno prossimo correrà per un quarto mandato.

Colpire chi più di altri ha combattuto l’equazione migranti=terroristi può alimentare la spirale di conflittualità tra “europei di ceppo” ed extraeuropei che funge da serbatoio del jihadismo.

La fuga in Italia di Amri conferma l’importanza – sinora “fortunatamente” solo logistica – del nostro paese per la galassia jihadista. Già Salah Abdeslam, uno degli autori delle stragi di Parigi, era passato per la penisola prima del 13 novembre 2015. È ignoto se il tunisino ucciso stanotte fosse di passaggio o contasse di ristabilirsi dalle parti di Cinisello Balsamo (il comune dell’hinterland milanese da cui è partito il camion usato per la strage di lunedì a Berlino). È invece nota la presenza di un tessuto filo-jihadista in Lombardia.

Come del resto è noto il rischio che le carceri – non solo italiane – fungano da incubatrici di terroristi. Il percorso di radicalizzazione compiuto da Amri negli anni di detenzione è la conferma che la battaglia contro il jihadismo si combatte in tanti teatri: quelli dentro casa nostra non sono meno decisivi di quelli mediorientali.

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Dirottamento a lieto fine tra la Libia e Malta [di Alessandro Balduzzi]

Un aereo della compagnia aerea libica Afriqiyah è stato dirottato oggi sull’isola di Malta. Partito da Sebha, nella Libia centro-meridionale, e diretto a Tripoli, l’Airbus A320 trasportava 111 passeggeri e sette membri dell’equipaggio. L’annuncio di un probabile dirottamento era stato dato in mattinata dal primo ministro maltese Joseph Muscat tramite Twitter. Atterrato all’aeroporto internazionale di Luqa, nei pressi de La Valletta, l’aereo è stato circondato dalle forze speciali maltesi, allertate dalla minaccia di farlo esplodere avanzata dai dirottatori.

Questi ultimi si sarebbero dichiarati “pro-Gheddafi” e avrebbero chiesto la liberazione del figlio del rais libico Muammar, Saif al-Islam, attualmente in carcere a Zintan. Al termine dei negoziati, nel pomeriggio, i terroristi si sono arresi e hanno proceduto al rilascio di tutti gli ostaggi.

La nostalgia per la jamāhīriyyah, la repubblica delle masse fondata dall’autore del “Libro verde” dopo il colpo di stato del 1969, non è un fenomeno trascurabile nel paese nordafricano. A soffrirne sono sia libici rimasti in patria che componenti della diaspora in esilio, i quali vanno a comporre un insieme eterogeneo che raggruppa i sostenitori di Saif al-Islam, i partigiani di Khalifa Haftar – già figura di spicco nell’esercito gheddafiano – e fedelissimi del rais.

Ad alimentare il rimpianto per il colonnello è in larga misura l’esito fallimentare del processo di transizione che, avviatosi con una primavera nel 2011 e arenatosi in una guerra civile, vede il paese alle prese con da una parte il governo di unità nazionale – sostenuto dalla (scettica) comunità internazionale e guidato da Fayez al-Sarraj – e dall’altra l’esercito di liberazione nazionale di Haftar, forte di armi e petrolio.

La restaurazione della jamāhīriyyah sembra potersi escludere, ma i suoi partigiani sono intenzionati a far sentire la propria voce nel futuro Stato libico, seppur in maniera meno appariscente rispetto al dirottamento odierno.

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Il clima della Cina [di Giorgio Cuscito]

L’Impero è tornato celeste dopo una settimana in cui il Nord del paese è stato pesantemente investito dallo smog. La nube tossica si è concentrata sopra Pechino, Tianjin e lo Hebei, che in un futuro non lontano daranno vita a Jing-Jin-Ji, la megalopoli da 130 milioni di abitanti. In 27 città cinesi è stato dichiarato l’allarme rosso e in 18 l’allarme arancione. Le attività in migliaia di fabbriche e siti di costruzione sono state sospese e il numero di veicoli per strada è stato limitato.

In Cina le altissime emissioni di CO2 sono provocate dall’eccessivo utilizzo del carbone, determinato dalle attività delle fabbriche, dal consumo domestico di elettricità proveniente dalle centrali a carbone (soprattutto in inverno) e dalle automobili.

Per risolvere il problema, Pechino vorrebbe puntare sempre di più sulle energie pulite (la Cina è il primo investitore al mondo nelle rinnovabili) e sull’imposizione di normative più stringenti alle aziende per quanto concerne le emissioni di CO2 e gli standard ambientali. Normative che spesso non vengono rispettate.

Perciò questa settimana un gruppo di avvocati ha intrapreso per la prima volta una causa amministrativa contro il governo cinese, colpevole di non aver contrastato l’inquinamento atmosferico.

L’argomento è stato prontamente censurato su Weibo, il Twitter cinese, ma il trend “grave inquinamento” è stato uno degli argomenti più dibattuti sul social network. Probabilmente la causa non andrà a buon fine, ma rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme per Pechino. L’inquinamento rappresenta una seria minaccia alla qualità della vita dei cittadini e quindi alla stabilità del paese.

In tale contesto, la riuscita della difficile transizione verso un’economia più concentrata sui consumi e i servizi e la riforma delle imprese statali sono determinanti. Questi provvedimenti infatti consentirebbero la chiusura o il ridimensionamento delle aziende che registrano sovracapacità in settori ad alto tasso d’emissioni di CO2 (vedi ferro, acciaio, alluminio e cemento). Ciò permetterebbe alla Cina di continuare a crescere e contenere l’inquinamento. Tuttavia, la chiusura delle fabbriche su larga scala lascerebbe molti cinesi senza lavoro, con conseguente aumento del malcontento. Un trade-off incerto per Pechino.

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La presa di Aleppo

La conquista della città nel Nord della Siria da parte della coalizione fra Assad, Iran, Russia e milizie sciite non ha interrotto la competizione geopolitica attorno a essa. L’evacuazione procede, ma con essa anche i tentativi degli attori che hanno favorito la conquista di vantarsi della “protezione” dei civili rimasti nel centro levantino.

Inoltre, la presa di Aleppo ha un importante significato per il controllo del territorio e della mobilità da parte del regime di Assad. Infatti, dei cinque aeroporti civili del paese, quattro sono tornati o torneranno a breve a funzionare. Fra questi c’è anche quello Aleppo.

Nel resto della Siria, continua l’avanzata delle forze militari impegnate contro lo Stato Islamico, anche se con qualche intoppo. La Turchia infatti ha subito forti perdite nei pressi di al-Bab, mentre l’operazione a guida curda “Ira dell’Eufrate” e mirata a circondare Raqqa è ancora a oltre 30 chilometri dalla capitale dell’Is.

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