Sanremo, la babele social irrompe e non salva nessuno

 

la Repubblica di Natalia Aspesi 10 Febbraio 2019

Il popolo, l’élite e il festival della paura

 

Una manifestazione che pareva innocua segna l’inizio di una nuova fase pericolosa, con il timore di dire quel che si pensa su qualunque cosa. E l’attacco ai giornalisti è una minaccia di bavaglio generale

Si sperava che almeno il canuto festival di Sanremo con le sue canzoni dimenticabili e i suoi cantanti col microfono in bocca e il suo “sovraintendente”, tipo Teatro alla Scala, come si è autoproclamato Baglioni, e i suoi solitamente spiritosi ambosessi in questa occasione imbavagliati, fosse esentato dalla politica: potesse essere un puro divertimento, anche horror, come nella sua tradizione, un attimo di sosta, di respiro, di normalità: anche per sole quattro ore abbondanti e per solo cinque giorni. Dopo comunque la massiccia dose giornaliera nei telegiornali di tutte le reti, con decine di apparizioni ubique e ipnotiche dei nostri due vice primi ministri e vocine ubbidienti di giornalisti mai sorpresi per l’accavallarsi senza tregua dei loro interventi.

Invece no: è ovvio che almeno per quello che riguarda Sanremo, si può ancora esprimere le proprie preferenze, ma se lo fa il ministro dell’interno in un paese contagiato dalla sudditanza politica, allora diventa politica che la canzonetta Soldi vinca al posto della canzonetta I tuoi particolari: cioè che Ultimo, giovanissimo cantante romano già da stadio, amato dal vicepremier, sia arrivato secondo dopo Mahmood, rapper milanese del periferico Gratosoglio, nato in Italia, da mamma sarda e purtroppo babbo egiziano, anche se meno abbronzato di Di Maio. Giusto cascare dalle nuvole per le immediate risse, polemiche, scontri, improperi, insulti, cretinate: non per le canzoni, non per i risultati, né per la bravura molto eventuale dei cantanti. Prima e durante il festival non ci aveva proprio pensato nessuno a questa colpevole italianità troppo mediterranea: i nostri critici sul campo, già dalla prima serata, professionalmente ma ingenuamente, avevano dato 7 a Mahmood, «è una delle sorprese del festival, imperioso arabeggiante, moderno». E 5 a Ultimo, «le melodie gli vengono come acqua fresca ma non è all’altezza della fama».

Ancora pace e silenzio, per un paio di giorni: ma ecco che nell’accumularsi assurdo di tre giurie, quella del televoto, impraticabile se non dai giovinetti tecnologici, fa vincere il già amato Ultimo, Mahmood secondo; le altre due giurie, una di giornalisti, l’altra detta curiosamente “d’onore”: optano per il gratosogliese facendolo vincere, secondo il romano tatuato. Apriti cielo! Il popolo con Salvini e prima gli italiani, la casta, l’élite naturalmente di sinistra, contro Salvini e con gli immigrati nati in Italia! Col controcanto, di solito di Di Maio per far contenti tutti, questa volta della bella fidanzata che i due hanno deciso di chiamare ex, «l’incontro tra culture differenti genera bellezza».Ora senza offendere, ritenere élite e casta i giornalisti tutti, in gran parte squattrinati e talvolta malmenati, e pure otto personaggi italiani definiti d’onore in quanto acculturati, pare una idea un po’ sovranista dei poteri. E questa pochezza di giornalisti e onorati, l’ha subito chiarita l’incavolato Ultimo, libero di offendere con parolacce chi ha osato non farlo vincere. Mentre l’appassionato e fedele pubblico dell’Ariston, sinceramente, ha fischiato la vittoria sia di Mahmood che di Ultimo, adorando la mitica Bertè fata turchina. Non dimenticata comunque dalle giuria, e arrivata quarta.

Intanto da domani si dovrebbe tornare alla normalità, ma mica tanto. A trasformare gli amanti delle canzonette in feroci antagonisti politici, è stata una giornalista ai suoi tempi craxiana ora leghista e quindi prossima conduttrice di un approfondimento politico serale su Rai1: trattandosi di Maria Giovanna Maglie già se ne poteva immaginare la contorta faziosità, le parole a caso: «Vincitore molto annunciato, frasetta in arabo, si chiama Maometto, (in realtà di nome Alessandro), il meticciato è assicurato, la canzone importa poco…». Suprema eleganza, essendo lei giornalista, non attacca la giuria dei giornalisti ma quella d’onore: «Avete guardato la loro faccia?» E la sua, signora?  Magari una parte delle canzoni del 69° festival scomparirà in un baleno, ma dato che non si sa di che parlare per non sfiorare cose di cultura e contribuire all’incazzamento costante della Maglie e del popolo, già si immaginano talk show su vari temi inutili mentre non si sa che fine farà il paese: Sanremo è stato politico o no? Può un festival di canzoni introdurre la politica? Chi si ricorda i tempi d’oro quando anche nelle osterie i cartelli minacciavano «qui non si fa politica»? È comunista far cantare a un festival un italiano con madre sarda ma padre nato in Egitto? Si possono accettare in una canzone italiana ma anche straniera, ammesso che l’autarchia televisiva la consenta, parole come narghilè e Ramadan, e già che ci siamo in altra canzone non premiata, Rolls Royce da sostituire con Fiat-Chrysler?

Ecco perché questo festival che appariva innocuo, segna l’inizio di una nuova fase pericolosa: inizia la paura di dire quel che si pensa anche su cose qualsiasi, l’attacco ai giornalisti persino della canzone è una minaccia di bavaglio generale. Dal palcoscenico, dallo schermo, nel casino delle scenografie si percepiva l’inquietudine di tutti col pensiero di sbagliare, non si sa su cosa; di essere puniti, di scomparire. Finita la pacchia? E poi quasi tutti a fare dichiarazioni tentennanti, allegrissime, triste sentirle.


la Repubblica di Marco Belpoliti 10 Febbraio 2019

Ultimo e il linguaggio del rancore

 

L’amarezza di chi perde è una forma di dolore che fa storcere la bocca, dire e ridire con aggressività. Non fa sconti: è un rimuginare, un cercare di allontanare da sé quel calice

L’amarezza è una forma di dolore mista al rancore. Fa storcere la bocca e dire cose che non si pensano, oppure quelle che si pensano, ma nel profondo. L’amaro in bocca a Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, lo si percepisce sin dalla prima frase della conferenza stampa. Perdere in una gara non è sempre piacevole, soprattutto se si pensava di vincere, di tagliare il traguardo più ambito: il Festival di Sanremo. L’esordio è un lapsus dettato da quell’amarezza: «Non ho mai avuto la pretesa di venire qui e di vincere».

Rancore è una parola che viene dal latino, rancor; significa “lamento, desiderio, richiesta” e ha la medesima radice di un altro termine: rancido, rancidus, astioso. L’astio gli trapela senza freni a Niccolò, insieme a un lamento e a un desiderio: vincere. Indossa una canottiera e ha le braccia nude, ricoperte di tatuaggi. Ultimo ha ventitré anni, è giovanissimo; un adolescente, fragile e spavaldo, come lo sono oggi molti adolescenti. Si rivolge ai giornalisti in platea: «Vi sentite importanti». Ha perso e non si capacita di questo. La colpa sarà pure di qualcuno? Di chi non l’ha voluto far vincere. Usa parole da adolescente, espressioni sboccate, provocatorie. Del resto, sono frasi che uomini più adulti di lui usano in politica, sui social, nelle brevi frasi dei tweet. Perché dovrebbe rinunciarci? Nel discorso pubblico oggi si dice così: rompere il… Poi parla del suo avversario, cioè del Primo, di chi ha vinto la competizione canora: «Sono contento che qui abbia vinto il ragazzo Mahmood». Ha quattro anni più di lui Alessandro Mahmood, ma è «il ragazzo». C’è disprezzo in quella parola? Forse Niccolò si sente più grande, o forse è un fatto di nazionalità, perché Mohmood è italo-egiziano?

Il rancore non fa sconti, è un rimuginare, un dire e ridire con aggressività, un cercare di allontanare da sé l’amaro calice. Tuttavia quella parola “ragazzo”, anche se Ultimo non lo sa, è giusta, perché, come spiegano i dizionari, viene dall’arabo raqqas. Nel Magreb è il corriere che reca la posta o che conduce i viaggiatori; è il messaggero in quella lingua. In qualche misura la canzone che ha vinto a Sanremo, quella dell’italo-egiziano, è un messaggio dalla doppia valenza. S’intitola Soldi e la canta un ragazzo del XXI secolo, uno come noi, uno come lui, non sarà il primo né l’ultimo. Si può star certi, nonostante tutto.


la Repubblica  di Gino Castaldo 10 Febbraio 2019

Sanremo e le giurie: una, cento, mille Italie non così distanti

 

L’Italia è quella che si ritrova nella commozione di Loredana Bertè, o quella che si diverte con la spavalderia di Achille Lauro? C’è un’Italia di Simone Cristicchi e una di Irama? Il gioco è molto più complicato

Era talmente impensabile una loro vittoria che dovettero riacciuffarli all’ultimo momento. Gli Avion Travel nel 2000 erano già nel van che li riportava a casa. I primi a stupirsi di aver vinto furono proprio loro e lì sì, ci fu davvero il complotto della giuria di esperti, un colpo di mano del resto autorizzato dal regolamento. La storia si ripete, ma lì non c’erano due Italie da mettere a confronto, e neanche oggi, a giudicare dalle canzoni.

Casomai ce ne sono tante, due, tre, centomila, e in fin dei conti tra Ultimo e Mahmood i gradi di separazione non sono tanti, ne bastano un paio, non sono poi così lontani, casomai a essere lontano, lontanissimo, è Il Volo, ma la distanza è, stilisticamente parlando, soprattutto generazionale.

Non è detto che chi ama Mahmood debba schifare Ultimo e viceversa. Forse sì, ma non sempre, e non per obbligo di posizione. L’abisso si scava attraverso le modalità di voto, ma il televoto non è poi una democrazia popolare, è un mondo a parte, emotivo, più simile al tifo da curva calcistica, inaffidabile e a pagamento. Ultimo è un giovane eroe popolare, viene dal basso, come il suo amico Fabrizio Moro, o come Eros Ramazzotti che proprio in questo festival ha ricordato che lui è “nato ai bordi di periferia”, e con le sue canzoni strappacuore piace alla gente che gli assomiglia.

È una gran fortuna, e dovrebbe bastargli. Mahmood è più moderno, assomiglia a Ghali, all’Italia di seconda generazione, è spinto, radicale, piace a chi gode di ritmo e spiazzamenti di stile, per chi accetta il rap e il disagio che viene da quella zona. Ma allora che Italia è quella che si ritrova nella commozione di Loredana Bertè, o quella che si diverte con la spavalderia di Achille Lauro? C’è un’Italia di Simone Cristicchi e una di Irama? Il gioco è molto più complicato, sono zone che si sovrappongono in percentuali variabili, e da questo punto di vista il festival non è quasi mai stato un buon test, a meno di non prenderlo per quello che è: un colossale e divorante circo mediatico in cui le canzoni a volte vengono tritate come spazzatura. Ci sono state edizioni insignificanti, e parlare di rispecchiamento del paese sarebbe stato un vero azzardo.

Ma in questa edizione qualcosa invece c’era, e la prova è che oggi stiamo tutti parlando delle canzoni in gara, sono loro la pietra dello scandalo, sono loro che hanno diviso il tifo, che hanno generato passione e polemica. E anche questo è un modo di far vincere le canzoni. Anzi le diverse Italie della canzone.

 

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