La Disneyland dei cannoni in Europa, fa dimenticare l’altro mondo che chiede pane

Domenico Quirico La Stampa 19 Giugno 2022
Pane o cannoni, il dilemma morale dell’Occidente
Biden promette un altro miliardo per l’artiglieria ucraina. Il Pam non trova 400 milioni per sfamare il Sud Sudan


Ho accostato due numeri lo ammetto quasi inconsapevolmente nel deserto di questo secolo nero. Numeri di soldi. Da una parte la cifra che il presidente Biden ha annunciato per finanziare un nuovo massiccio invio di armi all’Ucraina per fermare la “ubris” prometeica dei russi: un miliardo di dollari. Dall’altra quella che il Pam, il programma mondiale per l’alimentazione, affannosamente invoca, senza esito, per impedire il disastro umanitario in una delle tante piaghe del mondo che si contorce per la fame, il Sud Sudan: quattrocento milioni di dollari.

Lo so. Insorgono gli sdegnati: è un accostamento archeologicamente terzomondista, non si può lasciar via libera a Putin perché da qualche altra parte, come sempre, c’è qualcuno che soffre. Si dimentica che da tre mesi la guerra dorme con un occhio sempre aperto in Europa? Basta con queste litanie di magrezze, di ossa sporgenti, di contorcimenti da agonia. In fondo quelli che hanno cicatrici più numerose resistono meglio…

Invece lo propongo, anzi: lo impongo, l’accostamento. Gli ucraini trovano ascolto, hanno alleati che portano loro sostegno, che già promettono una perfetta ricostruzione. I soldi per loro appaiono in pochi minuti: vogliamo mille cannoni, mille cannoni! Altrimenti non vinciamo nel Donbass, non fermiamo la lugubre litania delle carneficine offerte a maggior gloria di Putin. Eccoli! A pronta cassa! Esulta la Casa Bianca. L’assegno è pronto, le fabbriche americane di armi lavorano giorno e notte, si lucida si monta si assembla si spedisce. Perché gli obici che finiranno nelle trincee ucraine devono essere rimpiazzati, o meglio ancora, sostituiti da ordigni più potenti, negli arsenali americani. Il denaro circola, l’economia si rimbocca militarmente le maniche, è il welfare internazionale del cannone come ai bei tempi prussiani.
Ma io sono obbligato alla autopsia di tutte le vittime, a occuparmi degli altri, dei sudanesi per esempio, che non appaiono ogni sera al telegiornale e non spronano e rimproverano in diretta streaming i parlamenti dei ricchi nei loro confronti avari come Arpagone. Mi obbliga la loro goffaggine di popolazioni mal integrate nei tempi moderni, la loro incapacità di capire perché il sacco di farina non arrivi più e che non hanno alcun mezzo di far intendere la loro miseria e il loro smarrimento. Forse che per loro, come per gli ucraini aggrediti e torturati, non valgono i diritti a sopravvivere, quelle leggi opera immortale degli dei come Antigone ricordava a Creonte? Il miliardo in cannoni non è una bestemmia? Già: pane o cannoni. Non è l’imperativo categorico dei tiranni?

Conosco questi luoghi e questa gente. La rassegnazione e il silenzio con cui sopportano la piaghe perpetue del loro martirio, esausti di siccità e inondazioni, scontri etnici, rincari del prezzo dei cereali coinvolti come armi nella remota guerra europea, come se una colpa nascosta, immensa e terribile li condannasse a un perpetuo vagabondaggio penitenziale. Quei quattrocento milioni che non si trovano perché i donatori in questo momento sono impegnati ad armarsi freneticamente, a cementificare la propria sicurezza ammassandosi in due campi irrequieti, perché, è certo, saranno loro il prossimo bersaglio di Putin, quei quattrocento milioni offrivano loro la consolazione ancora una volta rinnovata alla sventura collettiva, costituivano una speranza recondita, un pegno di eternità nella misericordia tra i popoli che riscatta.

Invece se un altro guaio ci investe direttamente e ha a che fare con i conti della nostra geopolitica che devono essere sempre lo specchio di un predominio senza pari e senza appello, be’! Le maglie della solidarietà si restringono un po’, le urgenze invocate dai soliti samaritani si fanno più malleabili, più spugnose. Invece il Pam annuncia che c’è il rischio concreto di dover sospendere gli aiuti alimentari proprio durante la stagione secca a più metà della popolazione che è già nella condizione di grave insicurezza alimentare. E fa un altro numero, quello dei duecentomila bambini che non riceveranno i pasti quotidiani a scuola.

Forse bisognerebbe raccontare ai reticenti donatori che cosa significa avere fame, lo spossante languire nella carestia. I bambini sono i più fragili perché hanno meno riserve di grasso a cui il corpo attinge per sopravvivere. Il corpo cerca di difendersi interrompendo le funzioni più intense come la digestione. Come il cuore i polmoni e gli altri organi alla fine anche il cervello viene assalito. Si dice che quello dei bambini sia più plastico perché in formazione e quindi dotato di maggiori capacità di riprendersi se l’alimentazione torna normale. Ma altri, meno ottimisti, lo negano: dicono che il cervello dei bambini è più soggetto a danni permanenti.

Per tutte queste figure remote che gettano verso si noi sguardi di delusione che domani potrebbero diventare sguardi di odio non c’è nulla in cassaforte. I forzieri si spalancano invece per i costosi obici da 155 millimetri, i semoventi in grado di cancellare trincee e città come una colata di inchiostro scuro, i lanciarazzi che polverizzano con edonistica e multipla efficacia.

Mille cannoni! È un cifra che mette i brividi. Eppure niente di meno è necessario per almeno pareggiare l’artiglieria russa secondo i militari ucraini che giorno dopo giorni stanno trasformando questa necessità strategica in una ossessione dell’Occidente. Ma forse non basteranno neppure i mille. Gli inglesi promettono di più: di sfornare legioni di ucraini addestrati per la guerra più sofisticata, una catena di montaggio di guerrieri implacabili. Uno dei maggiori esportatori di armi del mondo, l’Ucraina, sta diventando un gigantesco arsenale, una esposizione permanente della efficacia delle armi occidentali più recenti. Si osserva quanto accade nelle pianure del Dnipro come se fosse un poligono con bersagli viventi in cui si provano i nuovi acquisti. È la Disneyland del guerrafondaio, in cui Putin sguazza. Appassisce la seduzione del drone, incanta il cannone a lunga gittata. Perfino i baltici lillipuziani si sono fatti tentare: hanno comprato sei super cannoni francesi. Nel grande remake dell’artiglieria c’è posto per tutti.

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