La pace giusta oggi non è raggiungibile

Lucio Caracciolo La Stampa 04 Luglio 2022
La grande chimera di una pace giusta
Chi oggi invoca pace subito in Ucraina prolunga la guerra. È inverosimile che Mosca e Kiev negozino qualsiasi trattato di pace – un nuovo, stabile assetto postbellico – visto il carico di odio fra i due popoli e di sfiducia fra le due leadership.

 

È invece possibile e necessario annodare una trattativa segreta fra Putin e Zelensky per un cessate-il-fuoco. Premessa del lungo percorso verso il congelamento sine die del conflitto. “Pace” provvisoria. Ma non c’è nulla di meno temporaneo di una tregua fra nemici irriducibili (Corea insegna) quando nessuno ha a portata di mano la vittoria totale. L’ostacolo principale alla tregua è che aprendo formalmente il negoziato entrambi i capi rischierebbero il posto e la vita se dovessero apparire troppo corrivi verso il nemico. Perché finché esisteranno Russia e Ucraina saranno avversarie. La questione è solo se fredde o calde.

Alla Casa Bianca – ma non in tutti gli apparati americani – vorrebbero che la guerra finisse presto. Mentre il Pentagono rinforza le capacità balistiche di Kiev con armi sofisticate, Biden e i suoi premono sugli ucraini per convincerli che rinviando la tregua negozierebbero poi da posizioni di estrema debolezza, vista l’inerzia che sul campo volge a favore dei russi. Contemporaneamente spiegano a Mosca di non avere affatto intenzione di rovesciare Putin. Lo ha messo nero su bianco Biden il 31 maggio in un articolo per il New York Times, aggiungendo: “Non vogliamo prolungare la guerra solo per infliggere dolore alla Russia”. Lo ha ripetuto Zalmay Khalilzad, messo della Casa Bianca, all’ambasciatore russo Anatolij Antonov, nel corso di un pranzo non proprio segreto da Cafe Milano a Georgetown. “Serve un accordo”, ha detto Khalilzad. Su questo Antonov ha convenuto. E si è informato: “A che cosa dovremmo rinunciare, secondo voi?”. Senza entrare in particolari, Khalilzad si è informato su che cosa Putin vorrebbe per “normalizzare” i rapporti con gli Usa. Risposta: “Rispetto. E garanzie di sicurezza”. Prove di second track. Negoziato parallelo Russia-Usa, giacché il conflitto in Ucraina è dal punto di vista strategico una guerra russo-americana, con gli ucraini vittime sacrificali.

Altre diplomazie si muovono più o meno sotterraneamente. Su tutte la turca. Erdogan ha marcato fin dall’inizio della guerra la sua semi-equidistanza fra Russia e Ucraina. Ora vuole cogliere i frutti di tanta acrobazia offrendosi (dis)onesto sensale nell’eventuale filo telefonico fra Putin e Zelensky. Per il presidente turco, che nel giugno prossimo dovrà mettere a rischio il suo mandato in elezioni che non ha già in tasca, affermarsi come mediatore di successo fra i due nemici sarebbe notevole innalzamento di status internazionale e di prestigio interno. Se, come e quando si arriverà alla tregua lo capiremo nelle prossime settimane. Più passa il tempo, più il conflitto può prendere una dinamica inarrestabile. Le conseguenze geopolitiche ed economiche della guerra stanno destabilizzando vaste aree africane e mediorientali, mentre è già oggi in questione la tenuta energetica e non solo di tutti i paesi europei, Italia inclusa. Il nostro governo, consapevole dei rischi anche se assai prudente nel comunicarli, è stato il primo a disegnare un ambizioso progetto di uscita dalla guerra per tappe, partendo dalla tregua (e magari finendo con essa). Draghi stesso, nella visita di maggio a Washington, ha segnalato a Biden l’urgenza del cessate-il-fuoco prima che tutto salti.
Putin e Zelensky sono pronti a trattare sul serio? O forse intendono avviare un dialogo con il retropensiero di sabotarlo e attribuire all’altro la colpa del fallimento? Il ritiro russo dall’Isola dei Serpenti è segnale di buona volontà o finta sul ring? Le pressioni di alcuni Stati europei sulla Lituania perché ammorbidisca il mezzo blocco di Kaliningrad calmeranno le ansie di Mosca per il destino della sua exclave baltica? Contro un vero negoziato militano calcoli tattici e carenze strategiche. Quanto alla tattica, Mosca è ingolosita dalla prospettiva di potersi spingere nei prossimi mesi ben oltre il Donbass, lungo le piane fertili e ricche di grano che si aprono davanti alle sue armate. Mentre Kiev spera di resistere il tempo necessario per rifornirsi di armi efficienti e di truppe fresche, capaci di tamponare gli invasori. Per poi riprendere la strategica Kherson, sulla foce del Dnepr, da cui dipendono i rifornimenti d’acqua alla Crimea. Così Zelensky lascerebbe socchiusa la porta al futuro rovesciamento del fronte.

La grande incognita è l’indefinitezza dei rispettivi scopi di guerra. Davvero i russi stanno ingaggiando un giro d’Ucraina a tappe che mira al traguardo di Kiev, non importa quanti mesi, anni o decenni serviranno? E gli ucraini credono sul serio nell’inversione del circuito, tale da recuperare tutti i territori rubati dai russi, inclusa la Crimea? Non illudiamoci: la tregua sarebbe ingiusta, perché lascerebbe l’aggressore in condizione di vantaggio. Ma la pace “giusta”, comunque la si voglia definire, implica la guerra a oltranza, all’ombra dell’atomica. Meglio una tregua imperfetta che il suo perfetto contrario.

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