E’ un salto d’epoca, non una “emergenza”. Il bivio pieno di domande, chi da le risposte?

Massimo Cacciari La Stampa 08 Luglio 2022
Guerra e pandemia, il cambio epocale

 

Un salto d’epoca non può essere trattato come una emergenza e neppure come una ininterrotta serie di emergenze di diverso tipo. Terremoti, pestilenze, crisi economiche possono essere superate anche tornando sostanzialmente alla situazione quo ante.

 

In un salto d’epoca, invece, nulla è destinato a fare ritorno, e io credo che in questa prospettiva dovremmo oggi riflettere e, chi può, debba agire. Era ancora possibile nasconderci la natura della fase che attraversiamo prima della guerra in Ucraina, oggi non più. Oggi siamo al punto di non ritorno. Si può soltanto procedere, verso un riassetto complessivo degli equilibri geo-politici e delle politiche interne di tutti gli Stati. Tale riassetto può avere i caratteri più diversi e magari opposti, ma non ripeterà quelli passati.

Non potrà più esservi una “guerra fredda” di lunga durata tra Usa e Russia. La Russia è una potenza economicamente troppo debole per poterla reggere. Ma gli Usa non potranno mai più aspirare a un “governo mondiale”. L’epoca della globalizzazione nel segno di questo primato è finita con la guerra, anche se la Russia dovesse uscirne sconfitta in tutti i sensi. Poiché questa guerra ha enormemente rafforzato altri contendenti e altri imperi, che non riconosceranno mai agli Usa il potere di definire che cosa sia uno ius ad bellum o una “guerra giusta”. Né esisteranno mai in questa materia Tribunali Supremi che possano deciderlo e trattare la guerra come un crimine qualsiasi. Più la guerra va avanti, più certamente si indebolirà il ruolo globale della Russia, ma, a un tempo, anche quello americano, per quanto possa contemporaneamente rafforzarsi la sua leadership in Occidente.

La crisi economico-sociale che il conflitto globale (mai con tale chiarezza locale e globale sono emerse come dimensioni indisgiungibili nella nostra epoca) in Ucraina sta determinando ha radici lontane. Il modello di Welfare dei Paese europei si reggeva anche su determinate ragioni di scambio nel mercato delle materie prime e dell’energia. La pandemia prima e la guerra oggi determinano un cedimento strutturale di alcuni dei fondamenti economici del Welfare finora praticato. Se non bastassero – altro elemento epocale – i tassi demografici. A questi mutamenti di stato si risponde con misure tampone, assistenzialismo episodico o magari, come da noi, con l’ incredibile irragionevolezza delle politiche dei bonus. Come non si tornerà né a “guerre fredde”, e cioè all’equilibrio tra i due vincitori della Seconda Guerra mondiale, né a una globalizzazione retta dall’egemonia americana, così non esisterà più l’Europa del Welfare che si è realizzato all’ombra di quell’equilibrio e di quella globalizzazione. A ottobre vedremo se qualche idea in merito i nostri governi saranno in grado di esprimerla, o se la sola continua a essere quella di aumentare il debito dal momento che sui tempi lunghi siamo tutti morti. No, non vi sono più i tempi lunghi.
Alla luce di una svolta d’epoca interpretata, per pigrizia intellettuale e impotenza politica, come “emergenza”, abbiamo assistito, rifiutandoci anche di discuterne, a formidabili modifiche della nostra costituzione reale, materiale. È del tutto evidente che nulla è destinato a tornare come prima neppure su questo punto, nelle nostre istituzioni, nelle loro procedure. Se mutano per sempre gli equilibri geo-politici, se si trasformano i fondamenti oggettivi delle politiche di Welfare, come potrebbero restare identici gli assetti istituzionali? Dunque, occorreva pensare a come mutarli, non a esaltarne retoricamente l’intoccabilità mentre franavano. Così è proceduto del tutto surrettiziamente un modello pseudo-presidenzialistico, lo svuotamento senza “compensazione” alcuna del Parlamento, un tecno-paternalismo che ha liquidato l’autorevolezza stessa dell’agire politico. Le drammatiche scadenze che ci aspettano dopo la parentesi estiva (di vera “emergenza” non ci sono oggi che le vacanze), con i problemi di ordine pubblico che imporranno e di controllo del conflitto, potrebbero portare a una accelerazione della strada verso quella “democrazia autoritaria” da tanti auspicata. Anche di questa è certo lecito seriamente parlare. Ciò che non appare più né lecito né decente è continuare a ignorare a quale altezza i nostri problemi debbano essere affrontati. Siamo in guerra, sì, in tutti i sensi. Ma quale conflitto è mai quello in cui i contendenti non sono mossi da una intentio pacis? Ebbene, per quale ordine mondiale lavoriamo oltre la guerra? Per quale politica di uguaglianza sociale oltre il vecchio Welfare? Per quale nuovo Governo e nuovo Parlamento nel nostro Paese?

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