Johnson, Il populista globale, amato a Kiev ma non a Londra

Tommaso Di Francesco il Manifesto 8 luglio 2022
Il lavoro più bello del mondo

 

Troppi scandali, troppe bugie, più la sconfitta dei conservatori nelle ultime importanti suppletive, tassazione iniqua, difficoltà di tenuta della compagine del Regno Unito dopo la Brexit, se la Scozia torna a riproporre un referendum per l’indipendenza e soprattutto se è tutt’altro che risolto il nodo spinoso ed esplosivo del «confine» nord-irlandese


Non è bastato alla sua governance il legame anti-Ue e transatlantico con gli Stati uniti e l’essere stato il paladino della secessione dall’Europa. Della quale, sui migranti, ha emulato la cacciata, esternalizzando gli esseri umani in Paesi africani.

Alla fine, travolto da quello che non si era mai visto a Londra, vale a dire più di 50 membri del suo governo, dai ministri ai portaborse, che lo hanno abbandonato in 24 ore, il premier Boris Johnson si è dimesso come leader dei Tory, carica dalla quale dipende la poltrona di primo ministro britannico, dichiarando alla nazione che il suo è stato «il lavoro più bello del mondo». Adesso il tentativo è quello di restare a galla per una «reggenza interinale» per la quale i laburisti sono già in rivolta.
Tutti avranno pensato: ora Putin se la ride. Ricordando che l’autocrate russo ha lanciato una sorta di «profezia» verso l’Occidente: attenti, ha ammonito di recente, con il sostegno alla guerra dell’Ucraina ci saranno cambi di élite, sollevazioni, movimenti radicali. A ben vedere non ha motivo di ridere.

Boris Johnson, non cade infatti sulla guerra. Certo, per la sua linea oltranzista sull’invio di armi anche quelle più pesanti e a lungo raggio per «colpire anche il territorio russo», è di sicuro più popolare a Kiev che a Londra, ma se si dimette è per i nodi strutturali della crisi della sua leadership e del processo democratico britannico.

Per una democrazia piegata al disprezzo per ottenere una governabilità ad ogni costo. Cade dunque per il disastro di quello stile di governo intessuto di superficialità, ignoranza e tanta arroganza che gli ha fatto guadagnare anche negli Usa il titolo di «populista globale».

È sicuro comunque che le leadership dei governi europei – come dimostra anche la crisi britannica anche se dall’altra parte della Manica – non stanno messi bene. E non perché lo dica Putin che nel suo monito non può non immaginare altro che dopo una élite ne arrivi un’altra, né tantomeno può immaginare le sue dimissioni di fronte alle tragedie che sta provocando in Ucraina, in Europa e nel mondo, magari per un rivolta sociale dal basso proprio contro la sua di élite.

Purtroppo la guerra in corso illumina, si fa per dire, le zone in ombra delle crisi aperte nei rispettivi Paesi, alcuni fondanti la stessa Unione europea. In Germania non c’è il governo in difficoltà, figurarsi. Berlino si erge come ultimo baluardo residuo, ma la cultura bipartisan di governo assunta dal cancelliere Scholz per tener unita la maggioranza e l’intero paese, fino all’estrema destra Afd, si chiama massiccio riarmo tedesco. Un tema quasi più pericoloso della stessa guerra ucraìna. In Francia Macron, che pure è considerato un mediatore nella tragedia bellica in corso, non se la passa tanto bene, insidiato a sinistra, finalmente, ma anche a destra tanto cheil governo sembra vivere alla giornata. In Italia, dove proprio la decisione mai discussa e mai affrontata, del giudizio sul ruolo italiano ed europeo nella guerra, è all’origine della scissione pentastellata, Draghi sta in realtà sopravvivendo a tempo fino alla prossima crisi.

Le élite pur essendo tornate prepotentemente sulla scena surrogate dall’appoggio decisivo delle istituzioni finanziarie internazionali, non tengono il passo di una crisi sociale che pretende ben altri interpreti. Un fatto è certo. L’Unione europea anche per la rappresentazione di queste debolezze dei vari governi, non c’è come istituzione politica sovranazionale. Tantomeno la sua politica estera volta a volta rimandata al ruolo dell’asse franco-tedesco e soprattutto surrogata dall’esistenza della politica estera quanto armata della Nato.

Ultima, ma non in ordine d’importanza, c’è la condizione terribile della leadership Usa di Biden, insidiata non solo da Trump che torna a minacciare in prossimità delle elezioni di midterm, ma anche da una crisi sociale devastante che vede in piazza le donne contro la Corte suprema che cancella l’aborto, e una guerra civile strisciante che si alimenta ogni giorno di più di razzismo e massacri domestici armati.

Che accadrà ora? Boris Johnson resterà a Downing Street al suo «lavoro più bello del mondo» – così ha detto – che proprio non voleva lasciare, almeno fino ad ottobre, quando forse sarà rimpiazzato da altri protagonisti oltranzisti come la ministra degli esteri Liz Truss che si erge a nuova Thatcher; oppure, fatto incredibile, dall’attuale cancelliere dello Scacchiere Nadhim Zahawi, curdo iracheno e self made man – altra cosa dai «terroristi», i combattenti della libertà curda, che consegniamo alla repressione dell’«amico dittatore» Erdogan.

Qual è il rischio. Che la guerra – che continua in Ucraina e il cui limite rimane ignoto fino al primo e prossimo incidente deflagrante e a quel punto mondiale – grazie all’aggressione di Putin, diventi l’unico reale cemento che tiene in piedi i governi occidentali, e questo nonostante i contraccolpi sulle questioni energetiche che sta provocando. In carica dunque grazie a Putin… Ma a questo punto, a dire il vero, non siamo noi che dobbiamo ringraziare il neo-zar.

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