Ed ora la tentazione è rimuovere la guerra, ma attenti a non caderci dentro

LUCIO CARACCIOLO La Stampa 09 Luglio 2022
Mosca e Washington, l’Ucraina che verrà

Molti fra noi occidentali sono stanchi di Ucraina, ma l’Ucraina non è stanca di noi. Da Kiev si lamenta il disincanto serpeggiante nelle nostre opinioni pubbliche, preannuncio di disimpegno dei decisori, ipersensibili agli umori degli elettori. Il racconto mediatico della guerra quale sequenza di orrori fuori d’ogni contesto e profondità storica, accompagnato da una comunicazione pubblica che per calmare le paure ha spesso finito per omettere dati di realtà, contribuisce all’effetto di straniamento prima, estraneazione poi.


Qualcuno pensa di declassare a “varie ed eventuali” le tragedie che si stanno consumando a un paio d’ore di volo da casa – e a qualche minuto di missile? Con il dramma ucraino e le sue possibili estensioni avremo a che fare almeno per una generazione. Non si cala il sipario su uno scontro fra pesi massimi in piena Europa quasi fosse dramma di stagione. Non possiamo permettercelo noi italiani, che già ospitiamo una corposa comunità ucraina in forzoso aumento e che tra gli atlantici non spicchiamo per credibilità militare. Forse non ce ne siamo accorti, ma nello scontro in atto noi stiamo con Kiev, che armiamo e finanziamo in misura cospicua. Contro Mosca, che infatti ci bolla “paese ostile”. Marchio esteso anche a coloro che per inclinazione politico-culturale tifano Russia. E agli indifferenti. In guerra il nemico non si fa commuovere da simili dettagli. Se ci sarà da colpire un bersaglio più facile di altri perché incapace di rappresaglia, Putin lo farà.

Sui fronti diplomatico ed economico siamo insolitamente attivi. L’Italia è stata il primo paese al mondo a disegnare una road map per la pace, bozza in quattro punti discussa con americani, tedeschi e francesi. Inattuale, rivedibile, comunque un punto. Oggi archiviata, domani forse recuperabile come traccia di dialogo. Con qualche ritardo abbiamo afferrato che non possiamo permetterci di restare isolati in ambito euroatlantico, dove ciascun soggetto cerca il suo club di riferimento. L’Euroquad informale in allestimento con Francia, Germania e Spagna, nel quale si distribuiscono equamente strette di mano sopra il tavolo e calci sotto, è base da cui ripartire per affermare il peso dell’Italia, potenzialmente superiore a quanto noi stessi pensiamo (e questo, tra parentesi, resta il vero problema). L’emergenza ucraina è test decisivo. Se perdessimo questo treno, ci confermeremmo paese a disposizione. Altrui.

C’è fretta. Non solo perché i russi avanzano. Lo Stato ucraino è tecnicamente fallito. La moneta locale (grivna) è in caduta libera malgrado la Banca centrale abbia elevato il tasso d’interesse al 25% (sic). L’inflazione avvicina il 20%. Le entrate fiscali tendono allo zero. Il Tesoro di Kiev ha bisogno di 5 miliardi di euro al mese per evitare la bancarotta. Gli aiuti occidentali, cui abbiamo partecipato con 110 milioni a fondo perduto mentre promettiamo di prestarne altri 200, coprono i due quinti del fabbisogno. Presto l’Ucraina avrà urgenza di gas dall’Europa, che non otterrà perché non ne avremo a sufficienza per noi.

Imperativo bloccare l’emorragia e aprire la prospettiva della ricostruzione. Intrecciando diplomazia ed economia nella visione geopolitica fondata sulla persistenza di un soggetto ucraino neutrale ma ancorato all’Occidente, probabilmente amputato di almeno un quarto del suo territorio ma affacciato sul mare e connesso al cuore d’Europa. Non vera pace, tregua lunga.

E’ anche gioco di specchi. L’Italia si è battuta per conferire all’Ucraina lo status di candidato all’Unione Europea. Gesto simbolico di cui Kiev sentiva gran bisogno. Draghi ha dovuto faticosamente convincere Scholz e Macron, poco entusiasti. Ennesimo esercizio di europeistica terapia occupazionale – faccio dunque sono, non importa cosa – per consentire a chi non può averlo di esibire un ruolo e giustificare lo stipendio di commissari e tecnocrati brussellesi? Sì. Ma non solo. L’obiettivo è prolungare per molti anni l’abolizione dei dazi che consente all’Ucraina di esportare gratis verso il mercato europeo. Sotto questo profilo il candidato ucraino è già membro. Per sfruttare l’inerzia, il governo ucraino ha invitato Confindustria a esplorare le opportunità di un mercato che malgrado le distruzioni resta dotato di strutture e risorse appetibili, oltre che di manodopera qualificata a bassissimo costo. Kiev è in condizioni tali da non guardare troppo per il sottile, sicché liberalizza a tutto spiano per attrarre investimenti stranieri. Operazione azzardata, mentre infuriano i combattimenti. Ma occasione per i più svelti, disposti a rischiare oggi per raccogliere domani. In filigrana si legge l’obiettivo geopolitico: incardinare l’Ucraina nello spazio europeo. Non è tempo di ponti. Se il tuo Paese è tagliato dalla cortina d’acciaio, puoi stare da una parte sola e sperare di convivere in freddissima tregua con l’altra.

Nonostante tutto, Roma accetta la scommessa per mancanza di alternative. Se infatti l’Ucraina finisse di affondare, due scenari. Primo, dominio di Mosca: al meglio gli ucraini russificati potrebbero sperare nei capitali cinesi per avviare la ricostruzione. Con gli inevitabili lacci e lacciuoli. Peggiore dei mondi possibili, visto da Washington. Sconfitta umiliante con cui ci adatteremmo a malamente convivere, con occhio romano.

Secondo, caos puro: paese frammentato, conteso e spartito fra Russia e altri vicini, buco nero a disposizione di mafie, terroristi e altri avvoltoi. Considerate le latenti crisi balcaniche, oltre l’Adriatico l’Italia confinerebbe con un impero nemico in espansione e/o con un’estensione di Caoslandia. Analogamente al nostro fronte Sud, lungo lo Stretto di Sicilia. Con discrete probabilità di venire inghiottiti nella doppia spirale.

Forse non abbiamo colto che il 24 febbraio è lo spartiacque che bipartisce le nostre vite. Ci tocca l’esercizio che contavamo di poterci risparmiare: ragionare sulla guerra. Per non precipitarci dentro.

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