Shinzo Abe nel Pacifico con l’ascesa cinese e il declino Usa

Bill Emmott La Stampa 09 Luglio 2022

 

Addio a Shinzo Abe, aveva riacceso l’orgoglio nipponico di nuovo protagonista nel Pacifico
Senza urtare altri Paesi era riuscito a bilanciare l’ascesa della Cina e il declino dell’America. Unico suo insuccesso il rapporto con la Russia


L’assassinio di un leader politico sarebbe sconvolgente in qualsiasi Paese, ma a maggior ragione in Giappone. Sotto ogni punto di vista, infatti, è il più sicuro grande Paese al mondo, nel quale il possesso delle armi da fuoco è rigidamente disciplinato e perfino le dimostrazioni politiche sono rare. Pertanto, non è esagerato dire che l’omicidio di Shinzo Abe, il primo ministro più conosciuto a livello internazionale e quello che è rimasto più tempo in carica, ha scosso la nazione in profondità e così pure tutti coloro che, come me, lo conoscevano e lo amavano.

L’omicidio è avvenuto durante un comizio della campagna elettorale organizzato a Nara, una delle belle capitali storiche del Giappone. Domenica 10 luglio il Paese si recherà alle urne per eleggere la sua Camera dei Consiglieri, l’equivalente del Senato in Italia, elezione che fino a questo momento era stata definita da più parti soporifera. La mancanza di preoccupazione per gli episodi di violenza politica è tale che in eventi di questo tipo la sicurezza è pressoché inesistente.

È improbabile che vi saranno ricadute dirette sull’esito delle elezioni, se si esclude forse una maggiore affluenza sotto forma di voti di simpatia, in quanto il partito liberal democratico aveva già buone probabilità di una vittoria con ampio margine. La violenza politica non è del tutto sconosciuta in Giappone, proprio come dovunque: negli ultimi anni è stato ucciso un sindaco e, più tempo addietro, nel 1960, proprio il nonno di Abe, il primo ministro Nobosuke Kishi, fu pugnalato da un attentatore, ma a differenza di Abe sopravvisse.
È prematuro sapere che cosa abbia motivato l’assassino, che sembra essere un cecchino solitario che addirittura si è costruito da solo l’arma usata contro l’ex premier. Quello che sappiamo, però, è che Shinzo Abe era quel che si dice una celebrità nel mondo della politica, avendo servito il Paese da primo ministro per otto anni in due mandati, e avendo dominato sia sulla sua nazione sia sul suo partito politico. In tutti i Paesi, questo tipo di celebrità comporta i suoi rischi.

Durante quei due mandati – dal 2006 al 2007 e poi dal 2012 al 2020 – Abe si è reso uno dei personaggi più importanti e influenti in Asia. In parte, ciò è dovuto alla sua longevità in carica, alquanto insolita per gli standard giapponesi, in base ai quali i primi ministri di solito cambiano ogni uno o due anni come in Italia, e questo ha dato a lui e al suo Paese sia credibilità sia continuità.

Tuttavia, la vera importanza di Abe nasce anche dalla crescente autorevolezza negli affari internazionali dell’intera regione indo-pacifica, in particolare dall’esigenza di fare i conti sia con l’ascesa della Cina sia con l’influenza e il predominio in picchiata degli Stati Uniti. La politica estera messa in atto da Shinzo Abe mirava ad abbinare una stretta collaborazione con gli Usa e più profonde relazioni con altri Paesi della regione, piccoli e grandi, così da dare al Giappone influenza al di fuori dell’alleanza nippo-statunitense.

Fu così che, quando Donald Trump fu eletto presidente nel novembre 2016, Shinzo Abe ruppe ogni consuetudine e prese subito un aereo per New York per incontrare il presidente eletto ancor prima di essere stato informato dall’Amministrazione Obama uscente. Ciò accadde non perché ad Abe piacessero in modo particolare Trump o le sue politiche, ma perché egli sapeva che il Giappone sarebbe stato sicuramente meglio se fosse riuscito a esercitare una forma di influenza sul presidente degli Stati Uniti. Nondimeno, quando Trump sganciò l’America dal Partenariato Transpacifico (un mega accordo commerciale a cui il presidente Obama aveva dato vita con i Paesi dell’Asia-Pacifico), Shinzo Abe intervenne immediatamente di persona per salvarlo e lo ricostituì come un trattato tra undici Paesi, senza gli Stati Uniti. Quell’episodio mostrò la nuova capacità del Giappone di esercitare la leadership e fissare le regole per gli scambi economici nella regione, e portò alla creazione di un’istituzione in grado di esercitare anche un’influenza geopolitica. Non sorprende che sia la Cina sia la Gran Bretagna post-Brexit abbiamo presentato domanda per entrare a farne parte.

Il più grande fallimento di Shinzo Abe va cercato nei suoi rapporti con la Russia. Insieme al suo governo, Abe suppose che una relazione più stretta con Vladimir Putin potesse essere il modo di dissuadere la Russia dall’avvicinarsi troppo alla Cina, il modo di diversificare i rifornimenti di materie prime energetiche del Giappone investendo nel gas naturale liquefatto russo, e un modo per intrattenere negoziati per la restituzione di quattro isole prospicienti le coste settentrionali giapponesi occupate dai soldati sovietici nel 1945. Ogni tentativo si ridusse a un buco nell’acqua, e quando Putin ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio scorso, al Giappone è rimasto da risolvere l’imbarazzante problema energetico.

Il successore di Abe, il primo ministro Fumio Kishida, ha dimostrato di essere uno strenuo sostenitore delle sanzioni occidentali alla Russia. Egli ha anche iniziato a mettere sul tavolo due temi particolarmente cari ad Abe: nel prossimo quinquennio il Giappone dovrebbe aumentare la sua spesa per la Difesa portandola ai livelli della Nato (pari al 2 per cento del Pil, mentre ora è intorno all’1,25 per cento), al fine di dissuadere la Cina e avere un ruolo nella difesa di Taiwan; e il Giappone dovrebbe procedere a una revisione della sua Costituzione risalente al 1948 per abrogare le clausole che impongono il pacifismo.

Se il suo successore riuscirà a mettere a segno almeno in parte questi due obiettivi, essi saranno il lascito più grande di Shinzo Abe. Quello che a lui non riuscì fu rendere l’economia giapponese forte al punto da potersi permettere una simile spesa senza problemi. In ogni caso, Shinzo Abe ha dato al suo Paese la volontà politica di stare in piedi da solo, di rendersi meno dipendente dagli Stati Uniti, di avere un ruolo maggiore e più considerevole nella sicurezza regionale per far da contrappeso alla Cina. Per il Giappone, per i Paesi amici e alleati in Europa, si tratta di un’eredità ragguardevole.

Traduzione di Anna Bissanti

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