Inizia la “settimana enigmistica”. Voto il 2 ottobre o a febbraio con il governo Franco

Francesco Verderami Corriere della Sera 15 luglio 2022
Crisi di governo, un piano inclinato verso il voto. Ma mezza maggioranza tratta
Il passaggio in Aula alimenta le speranza di chi non si rassegna. Ora si susseguono gli appelli al «salvatore della patria»

 

«È partito l’appello al salvatore della patria», sorrideva ieri sera Draghi, dopo che per tutto il giorno era sfuggito al tentativo di sequestro politico operato da quanti lo imploravano a non dimettersi. Un vero e proprio assedio, partito dai banchi del Senato e arrivato fino alle strutture del Colle, febbrilmente impegnate a evitare che il premier pronunciasse la fatidica frase davanti al capo dello Stato. Pur di trovare una soluzione (e allungare la legislatura), Franceschini si era messo addirittura a spulciare uno studio con tutti i precedenti della storia repubblicana sulle tipologie di crisi di governo.

Nonostante la sequenza di appelli che si erano susseguiti — alcuni sentiti, altri interessati, altri ancora pelosi — Draghi è salito al Quirinale per confermare la volontà di rimettere il mandato. E Mattarella — consapevole della determinazione del premier — si è limitato a delineare un percorso che tenesse quella decisione dentro un corretto iter costituzionale. Perciò ha invitato il capo del governo a «comunicare» il suo intendimento alle Camere. Insomma, Draghi la sua scelta l’ha fatta, convinto com’è che sia impossibile proseguire in una logica di «ricatti». Ma il passaggio in Parlamento di mercoledì prossimo, alimenta la speranza di chi non si rassegna.
Così, per dirla con il sottosegretario Mulè, «dopo la settimana di passione inizia ora la settimana enigmistica». E non solo perché di qui al 20 luglio si susseguiranno gli appelli al «salvatore della patria», ma anche perché si svilupperanno i giochi tattici dei partiti di maggioranza: tra chi — come Letta e Renzi — lavorano per prolungare la legislatura e chi — come Salvini e Berlusconi — mirano alle urne. La soluzione del rebus resta comunque nelle mani di Draghi. Se dopo le sue «comunicazioni» e il successivo dibattito, tornerà da Mattarella senza attendere il voto del Parlamento, chiuderà definitivamente la partita.

In caso contrario — se le Camere si esprimessero — non c’è dubbio che il premier otterrebbe la fiducia. Una ricomposizione indolore della maggioranza dopo lo strappo di ieri al Senato, segnerebbe il successo tattico di Conte e di quel pezzo del Pd che cerca ancora disperatamente un’intesa elettorale con M5S. Mentre dall’altra parte diverrebbe un passaggio pericoloso per il centrodestra di governo, che rischierebbe la rottura con FdI (determinata a chiedere le urne) o con l’area moderata della coalizione che punta alla permanenza di Draghi. «Perché non c’è solo la volontà del singolo — spiega Quagliariello — ci sono anche la Costituzione e la politica. Questo è il Paese in cui c’è stato un governo della “non sfiducia” e anche un governo che prese il voto favorevole di chi era contrario e il voto contrario di chi era favorevole».

Il punto è che «la volontà del singolo», cioè di Draghi, è manifesta. Lo hanno compreso i suoi ministri ieri, dal «modo molto fermo con cui ci ha di fatto salutati». «E se non l’ha convinto Mattarella — spiega un dirigente dem — non lo convinceremo certo noi». Lo spin comunicativo del Pd ha quindi un altro obiettivo: provare a ricostruire tramite il dibattito parlamentare il fatidico «campo largo», così da presentare al voto una coalizione. O non ci sarebbe sfida con il centrodestra che — secondo calcoli del Nazareno — conquisterebbe i due terzi dei collegi uninominali.

I partiti fanno già i conti senza Draghi, perché Draghi — tranne improbabili colpi di scena — non c’è già più. Tanto che ieri mattina, quando ancora non si era compiuto lo strappo dei grillini — un autorevole ministro anticipava che «la data del decreto di scioglimento delle Camere sarà fissata al 20 luglio». Guarda caso il giorno delle «comunicazioni» del premier in Parlamento: «Grazie a quel decreto — proseguiva il ministro — si potrà votare anche il 25 settembre, per garantire al prossimo governo di redigere la Finanziaria».

A meno che in extremis i partiti non accettino di dare la fiducia a un gabinetto tecnico guidato da Franco, che dopo la legge di Bilancio porterebbe al voto a febbraio. Tra i vari «piani B» per evitare le elezioni immediate, questa è la soluzione preferita da Letta, che ieri in una riunione di partito ha spiegato come «sarebbe preferibile avere il tempo di mettere in sicurezza i conti dello Stato». E anche avere il tempo per costruire una coalizione. Pare che l’ipotesi Franco incroci il favore dei ministri leghisti e forzisti. Non si sa se coincida con le idee di Salvini e Berlusconi. Ma questo sarebbe un (delicatissimo) snodo per Mattarella, dopo l’addio di Draghi da Palazzo Chigi.

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