Troppi veti per salire sull’Arca di Letta, ma il 14 agosto svaniranno per un collegio

Niccolo Carratelli La Stampa 27 Luglio 2022
Verso il voto, la pazza alleanza: da Calenda a Di Maio e Toti, Letta tenta l’impresa
L’obiettivo è unire personalità distanti nella coalizione allargata. Ma gli scontri del passato moltiplicano i veti: «Se si litiga vince la destra»

 

«Cosa hanno in comune» è un gioco educativo adatto ai bambini dai 3 agli 8 anni, si basa sull’associazione logica sequenziale e, di questi tempi, può tornare utile anche a Enrico Letta. Perché, a sfogliare le figurine dei potenziali partner della grande coalizione anti sovranista, trovare i punti di contatto è spesso un’impresa non banale. A parte l’obiettivo condiviso di sbarrare a Giorgia Meloni la strada che porta a palazzo Chigi e a Matteo Salvini quella di ritorno verso il Viminale, il resto del puzzle è tutto da decifrare.

A partire dal sostegno a Mario Draghi, il motivo per cui è saltata l’alleanza da Partito democratico e Movimento 5 stelle. Carlo Calenda, leader di Azione, ha messo come condizione per un cammino comune quella di aver votato la fiducia al governo dimissionario e Nicola Fratoianni, ad esempio, con Sinistra italiana non l’ha fatto.

D’altra parte i due la pensano molto diversamente anche sul ricorso ai termovalorizzatori per il trattamento dei rifiuti, che per Calenda vanno costruiti anche a costo di militarizzare le aree interessate. O sui rigassificatori, come quello che il governo Draghi ha previsto di realizzare a Piombino, contro il quale Fratoianni ha manifestato insieme al portavoce di Europa-Verde, Angelo Bonelli, altro possibile contraente della coalizione.

Entrambi, inoltre, sono fermamente contrari al ritorno al nucleare per la produzione di energia, che per Calenda è invece la soluzione preferita. «Il suo è il programma di Berlusconi di 20 anni fa – hanno attaccato – Sono proposte irricevibili e incompatibili con la cultura politica democratica, progressista, ecologista italiana ed europea».

Il leader di Azione, del resto, vuole anche una profonda revisione del reddito di cittadinanza, misura che Matteo Renzi vorrebbe direttamente abolire, tanto da raccogliere le firme per un referendum. Il fatto è che, nel rassemblement progressista e liberale, i due (ex) amici potrebbero ritrovarsi a braccetto con il ministro che ha costruito e voluto il reddito di cittadinanza, quel Luigi Di Maio che tutti ricordano esultare dal balcone di palazzo Chigi per aver «abolito la povertà». Le cose sono cambiate, ora l’ex capo politico M5s non si occupa più di lavoro, ma di politica estera, si erge a custode dell’atlantismo e della responsabilità istituzionale e, al mantra dell’«uno vale uno», preferisce il vangelo secondo Mario.

Ma c’è chi non dimentica il passato: Calenda non perde occasione per rinfacciargli tutti gli errori commessi quando lo ha sostituito allo Sviluppo economico e, a specifica domanda, risponde «Di Maio chi?»; Renzi proprio ieri ha dichiarato che «non andremo in una lista con Di Maio, sono stato il suo bersaglio per anni e non divento certo il suo compagno di viaggio».

Va detto che Renzi, al momento appare il più lontano dalla galassia di Letta, con il quale ha trascorsi politici molto noti e per niente sereni. L’ex premier finora si è sentito poco o nulla considerato dal Pd e ha ripetuto più volte che «Italia Viva è pronta a correre da sola». Ha avuto un faccia a faccia con Calenda e ancora non abbandona l’ipotesi di un polo centrista liberale, che si presenti in autonomia alle elezioni, per allearsi con il Pd eventualmente dopo il voto.

Il gioco dei veti, quasi più appassionante del «cosa hanno in comune», è destinato a finire tra una ventina di giorni, visto che entro il 14 agosto bisognerà consegnare al Viminale i contrassegni e, di fatto, formalizzare le coalizioni. Letta, nel frattempo, farà di tutto, per derubricare la questione della premiership, altro terreno di potenziale scontro con quasi tutti gli aspiranti alleati.

Calenda ed Emma Bonino hanno detto chiaramente che, in caso di vittoria, vorrebbero riportare a palazzo Chigi Draghi, anche se nessuno ha la certezza che il premier si rivelerà disponibile. Ma è lo stesso sogno che coltivano Renzi e Di Maio, che almeno su questo la pensano allo stesso modo. Come Bruno Tabacci e Giovanni Toti. Il presidente della Liguria e leader di Italia al Centro è pronto al grande salto: lasciarsi alle spalle il suo passato per stringere un patto con gli avversari di una vita.

Stessa prospettiva per i transfughi di Forza Italia, a cominciare dai ministri Renato Brunetta, che potrebbe unirsi a Toti, e Mariastella Gelmini, che invece guarda con interesse al progetto di Calenda. Per loro, che a livello programmatico sono molto più vicini a Calenda e Renzi, piuttosto che a Letta e Speranza, la scelta di chi indicare come premier dopo l’insperato successo elettorale non è un dettaglio. La sola ipotesi, ventilata da diversi e autorevoli esponenti del Pd, che il nome da proporre al capo dello Stato sia quello di Enrico Letta, in quanto leader del principale partito, ha fatto storcere la bocca a molti. Calenda lo ha detto, “se forzano in questa direzione si chiude il confronto”, gli altri lo hanno pensato.

Il segretario dem, in cuor suo, spera di doversi porre il problema il 26 settembre. Intanto riceve il consiglio di uno che sa come costruire (e distruggere) grandi coalizioni: «Se non elimina i troppi veti che ci sono rispetto agli altri, è meglio non presentarsi al voto – lo avvisa Clemente Mastella – se vanno avanti così vince il centrodestra tranquillamente».

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