I rischi del dopo voto: Senato senza maggioranza e astensione alle stelle

Ilvo Diamanti La Repubblica 29 luglio 2022
I rischi di un Senato in bilico
Le proiezioni fatte da alcuni Istituti mostrano come la distribuzione dei seggi non presenti rapporti di forza chiari

Da tempo, in Italia, vige un clima di campagna elettorale “permanente”. E “crescente”. Via via che ci si avvicinava alla scadenza prevista. Tra un anno. Tuttavia il governo guidato da Mario Draghi appariva abbastanza solido da far prevedere che avrebbe concluso il suo mandato, senza strappi. I sondaggi condotti di recente (anche da Demos) sottolineavano come il governo in carica disponesse di una base di consensi superiore alla maggioranza assoluta.

Invece nelle scorse settimane l’impensabile è avvenuto. Il governo è caduto e noi ci interroghiamo su cosa avverrà. Oggi, “prima” delle elezioni. Quali alleanze, quali strategie. Quali candidati premier. Ma, soprattutto, domani. “Dopo” il voto. Anche se l’esito appare scontato, non è chiaro se vi saranno maggioranze durature. In Parlamento.
È importante osservare come questo interrogativo fosse improponibile, da tempo. Da quando, cioè, la necessità di garantire credibilità di fronte all’Ue, in tempi di crisi economica e finanziaria, aveva favorito la formazione di un governo sostenuto da una maggioranza di “quasi tutti” (meno uno: i FdI di Giorgia Meloni). Guidato da Mario Draghi, una figura non politica, un finanziere di prestigio internazionale. Si trattava di una situazione eccezionale. Perché non rifletteva i principi della democrazia rappresentativa, in quanto si fondava su una “maggioranza senza (quasi) opposizione”. Con un presidente del Consiglio non eletto. Ma “scelto” dal presidente della Repubblica.

I sondaggi condotti, in questa fase, sono molti. Ma non danno risposte certe. Anche se forniscono alcune indicazioni coerenti e convergenti. Quantomeno sui vincitori.
Individuati, senza molti dubbi, nei partiti di centrodestra. Forza Italia, Lega e, davanti a tutti, Fratelli d’Italia. Ciascuno identificato con un leader preciso e riconosciuto. Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Quest’ultima, la più “popolare”, leader del partito accreditato dei consensi più ampi.
Sull’altro campo, invece, si osservano diversi problemi. Soprattutto e anzitutto perché non è più “largo”, come auspicava il segretario del Pd Enrico Letta. Prima della rottura con Giuseppe Conte. Senza l’asse con il M5S, infatti, il Pd, nonostante le diverse possibili alleanze con i partiti di sinistra e di centro, appare molto lontano dall’altro campo.
I problemi per il centrodestra, invece, possono avere due diverse origini, due diverse ragioni. Che si possono incrociare e complicare reciprocamente.

La prima riguarda la leadership della possibile coalizione e, in caso di successo, del governo. Perché i tre partiti hanno leader forti che, nonostante le regole condivise, difficilmente potrebbero condividere una leadership unitaria. Comune. È probabile, semmai, che convergerebbero su un candidato comune, riconosciuto per esperienza e competenza. Alcuni nomi, al proposito, sono già stati avanzati. In particolare: Tremonti. Ma ciò non risolverebbe la questione. Perché, comunque, il governo dovrebbe esprimere figure rilevanti in posizioni rilevanti. E perché i partiti e i loro leader avrebbero, a maggior ragione, l’esigenza di distinguersi. Affermarsi. Senza subire la leadership degli altri.
Un secondo problema riguarda la composizione delle Camere. In particolare, del Senato. Le proiezioni fatte da alcuni Istituti (fra gli altri, YouTrend, Ipsos e l’Istituto Cattaneo) mostrano come la distribuzione dei seggi non presenti rapporti di forza chiari. In particolar modo in Senato. Dove la posizione dei gruppi centristi potrebbe rendere gli equilibri più incerti. E spingerli ad assumere posizioni più estreme, per contare. E per rendere evidente la loro azione, presso gli elettori.

Tuttavia, i problemi maggiori per il Paese, a mio avviso, sono due. E riguardano le conseguenze di questa crisi sul piano politico ed elettorale.

Il primo problema riguarda il rapporto fra i partiti stessi. Al di là delle alleanze in vista del voto. Oggi, infatti, non si vedono partiti “dominanti” o “emergenti dall’emergenza”. Come la Lega di Salvini e il M5S, negli ultimi 10 anni. L’unica forza politica in grado di imporsi è i FdI di Giorgia Meloni. Ma, al di la delle polemiche suscitate dai legami con un passato, comunque, lontano, i FdI non sembrano in grado di ottenere un risultato tale da imporsi su tutti.

L’altro problema riguarda il clima politico d’opinione, (più che) raffreddato e deluso da questa ulteriore crisi. Il rischio vero è che il distacco fra cittadini e politica si allarghi ancora. Divenga un cleavage. Una frattura. E si traduca in una ulteriore spinta all’astensione. A rinunciare al voto. Il “primo e principale principio” della nostra democrazia rappresentativa. Nell’ultimo decennio era stato interpretato dal voto al M5S. Il Non-partito. Che oggi è un partito come e più degli altri. Difficile immaginare che i cittadini si rivolgano ad altri “attori (im)politici” per esprimere il loro risentimento politico. È più probabile, semmai, che rinuncino alla politica. O, peggio, che si astengano dalla democrazia.

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