I veti di Calenda solo fumogeni, Azione è appena sopra al quorum del 3%

Stefano Cappellini La Repubblica 1 agosto 2022

 

La strategia di Calenda in mezzo fra Letta e Meloni per strappare voti alla destra

 

ll leader dem vuole polarizzare la sfida elettorale con un patto fra i progressisti ma il centrista punta a disarticolare i poli

 

Enrico Letta e Carlo Calenda si vedranno oggi. Un faccia a faccia forse decisivo sulla trattativa più importante aperta nel centrosinistra, quella per apparentare in coalizione il Pd e l’area moderata di cui Calenda è capofila. Più si avvicina la scadenza per trovare un’intesa, più scema l’ottimismo su una conclusione positiva.
Ci sono problemi tecnici, per esempio la distribuzione delle candidature nei collegi uninominali, ma questo è il meno. Soprattutto restano grossi ostacoli politici e la possibilità concreta che sfocino in due strategie diverse: la polarizzazione scelta da Letta (“O il Pd o Meloni”) contro la disarticolazione dei poli tentata da Calenda.
Da una parte, cioè, l’idea cara al leader dem di fermare le destre con un patto tra le forze progressiste, dall’altra il leader di Azione, che tiene aperto uno spiraglio all’accordo, ma resta convinto che il successo di Meloni possa essere comunque mutilato da una grossa affermazione di un fronte centrista autonomo. Di sicuro c’è solo che l’esito del confronto avrà un peso notevole sul voto del 25 settembre.

Quello che Calenda dirà oggi a Letta è che la sua disponibilità ad affrontare la destra di Meloni e Salvini in coalizione con il Pd è vincolata a una condizione: “Mai e poi mai posso chiedere ai miei elettori di votare per Di Maio, Fratoianni o Bonelli, questo Letta non può chiedermelo, sarebbe un suicidio per me e anche un danno per la coalizione, perché i voti che perderei finirebbero tutti dall’altra parte”. La proposta del leader di Azione è dunque questa: il Pd candidi nella sua lista aperta, Democratici e progressisti, tutti quegli esponenti che, nel ruolo di candidati unici di collegio, creerebbero imbarazzo all’alleato, a cominciare dai tre capi di partito citati. Calenda si impegnerebbe a fare altrettanto: “Ho già detto a Carfagna e Gelmini che, in caso di accordo con il Pd, non potrebbero essere candidate in un collegio, perché vent’anni di scontri non si cancellano in una settimana e non sarebbe serio chiedere a un elettore del Pd di votare per loro”. In questo modo le liste sarebbero apparentate sulla scheda elettorale ma senza l’obbligo di convergere su candidati comuni che Calenda considera imbarazzanti per entrambe le parti. Ognuno elegge i suoi e poi si vede.

È molto difficile che Letta possa seguirlo su questa strada. Intanto c’è una evidente asimmetria rispetto al caso di Carfagna e Gelmini. Il segretario dem dovrebbe chiedere a leader di altri partiti di rinunciare non solo a correre in un collegio, ma anche a presentare una propria lista. Complicato persino da proporre a chi, peraltro, a differenza di Calenda è già dentro la coalizione e verrebbe relegato a uno status da alleato fantasma. Ma i dubbi dal lato dem sono anche politici: ammesso e non concesso che il Pd accetti di “nascondere” nella sua lista quei candidati sgraditi a Calenda, che credibilità avrebbe una coalizione che parte da veti di questo genere? Come si potrebbe formare un governo su tali basi? Letta ha spiegato proprio con la sua ultima intervista a Repubblica che tra i criteri per far parte dell’alleanza c’è quello di non porre veti sulla compagnia. Per questo il leader del Pd insiste che l’unica via possibile è quella della responsabilità: non disperdere voti.

Non esistono calcoli certi quando si parla di elezioni, ovviamente, ma può essere considerata attendibile una stima che calcola in almeno venti i collegi uninominali, quelli dove è eletto solo il candidato che ottiene un voto in più degli altri, che passerebbero in quota destra se Calenda corresse in proprio. Questo in una situazione nella quale Meloni e alleati partono già con un vantaggio notevole. Il leader di Azione ritiene alla sua portata un 10 per cento in caso di volata solitaria e sostiene che una parte consistente di questo consenso sarebbe sottratta al centrodestra e in particolare a Forza Italia. Dunque, è il ragionamento, il danno di una corsa separata sarebbe temperato o addirittura pienamente compensato dai voti che Meloni e Salvini non si ritroverebbero più in pancia. Ma – ribatte il Pd – anche un lusinghiero e improbabile 10 per cento vale comunque zero nella quota uninominale, che resta quella che indirizzerà il risultato finale: si tratterebbe dunque solo di un grosso regalo a Meloni.
Al Nazareno, quartier generale del Pd, c’è ancora fiducia su una chiusura felice della trattativa, ma il messaggio informale che trapela in queste ore prevede già le contromisure in caso di rottura: “In campagna elettorale non potremmo che ricordare una cosa agli elettori: ogni voto a Calenda è un voto a Meloni”. La replica sarebbe pronta: “O Letta o Meloni? No, c’è Calenda”.

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