Accordo equilibrato, ecco il centro che piace a Repubblica

Stefano Cappellini La Repubblica 03 agosto 2022

 

Letta-Calenda, quali contenuti per l’alleanza

 

Ora gli schieramenti sono più equilibrati


Forse c’è una speranza di non spostare la capitale d’Italia a Budapest. Ora c’è una coalizione anche nel centrosinistra, almeno nei numeri. L’intesa tra il Pd di Enrico Letta, onore alla pazienza, e i partiti di Carlo Calenda ed Emma Bonino, menzione alla responsabilità, non basta a ribaltare il pronostico sul voto del 25 settembre. La destra resta favorita. Ma, almeno da un punto di vista matematico, la partita si fa più equilibrata. Ora la scommessa è dimostrare che la coalizione c’è anche da un punto di vista politico e che questo apparentamento non è figlio solo di debolezza o reciproche convenienze. Servirà restituire chiara agli italiani la convinzione che la larghezza del campo – stiamo parlando, per dirla alla vecchia maniera, di una coalizione da Gelmini a Fratoianni – non è raggiunta a scapito della chiarezza d’idee e dell’identità. Servirà insomma una campagna elettorale molto diversa dal teatrino di questi giorni e non sarà facile. Già uno dei compromessi necessari a chiudere il patto – l’esclusione dei leader dalle candidature nei collegi uninominali – non è un messaggio edificante.

L’ancoraggio all’esperienza del governo Draghi e alla collocazione internazionale del Paese è la precondizione di un accordo. Non è sufficiente a mettere sul tavolo misure concrete e credibili per affrontare le emergenze quotidiane di imprese, lavoratori e famiglie. Garantire che non si alzeranno le tasse – altro punto del documento – è un messaggio chiaro, ma senza aggiungere altro il senso è la conservazione dell’esistente. Queste elezioni si vincono con i programmi e con la promessa di governare davvero, dopo troppi anni trascorsi con esecutivi improvvisati o paralizzati dalla eterogeneità delle maggioranze che li sostenevano. Bollette, salari, pensioni, sanità, burocrazia, contratti per i giovani: è l’economia domestica il cuore della battaglia.

Se questo nuovo centrosinistra trasmetterà l’idea di ripiombare il Paese nello stallo dei veti e dei compromessi al ribasso, i giochi sono già chiusi. Anche perché il patto elettorale non si esaurisce nell’asse Letta-Calenda. Restano nell’alleanza sensibilità e orientamenti diversi, compresa una parte (Sinistra italiana) che non ha sostenuto Draghi e che ha avuto posizioni critiche sulla strategia sulla guerra in Ucraina.

L’errore più grande, e purtroppo il più probabile, che il centrosinistra può commettere è quello di affrontare il mese e mezzo che manca al voto accontentandosi del cumulo di sigle e, peggio, perdendosi in dispute interne, con i partiti impegnati a contestare l’uno l’agenda dell’altro: rigassificatori sì, rigassificatori no, nucleare sì, nucleare no e via dicendo. Non a caso il documento di intesa tra Pd, Azione e +Europa parla di “autonomia programmatica”: ciascuna forza intende cioè riservarsi un suo spazio di proposta. Bisogna che l’autonomia – un valore aggiunto per allargare il consenso potenziale – non si trasformi in un liberi tutti. Rinunciare a un messaggio comune, o limitarsi alla volontà di fermare Meloni, lascia alla destra il vantaggio di presentarsi con una parvenza di unità. Finta ma decisiva.

La coalizione di Meloni è infatti attraversata da divisioni profonde e da rancori, anche personali, che hanno travagliato l’intera legislatura. Però è bastato entrare in fase elettorale perché queste divisioni finissero sotto il tappeto. I leader della destra sanno di poter contare su una base elettorale più compatta di quella avversaria. È probabile che Meloni, Salvini e Berlusconi si scannino nella distribuzione dei collegi. Al tempo stesso, sono pochi gli elettori della Lega che storcono il naso se il candidato di collegio è uno di Forza Italia o Fratelli d’Italia e, con qualche eccezione, vale anche il reciproco. Dall’altra parte, invece, l’elettorato arriva da anni di scomuniche e odi tribali, un terreno che andrà sminato per bene, non solo per evitare di disperdere voti ma anche e soprattutto per provare a convincere quell’ampia fetta di cittadini che non hanno le idee chiare, che non votano da tempo o hanno più volte cambiato scelta, e restano in attesa di capire chi offrirà il progetto più convincente. Solo la campagna elettorale dirà se il patto di ieri ha dato vita a una vera coalizione e se a ispirarlo sia stato, anziché l’istinto di sopravvivenza, il coraggio di puntare davvero al governo del Paese.

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