Il presidenzialismo di Berlusconi fa inciampare la moderata Meloni

Ilario Lombardo La Stampa 13 Agosto 2022
L’imbarazzo di Meloni
Da FdI tra una certezza: «Silvio non potrà presiedere il Senato». La leader amareggiata: «Ci vuole serietà sulle riforme costituzionali»


Il fattore B. è una variabile che Giorgia Meloni sapeva di dover tenere in conto. «Quanta pazienza…», sospira ai dirigenti di Fratelli d’Italia che l’hanno contattata per commentare l’infelice frase di Silvio Berlusconi sulle dimissioni di Sergio Mattarella nel caso in cui il centrodestra, se mai vincerà e formerà un governo, dovesse introdurre l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Per pudore, gli alleati preferiscono non commentare e derubricare le dichiarazioni del leader di Forza Italia a una gaffe.

Una delle tante, che un tempo muovevano masse di italiani e li dividevano in tifoserie. Oggi invece lasciano perplessi un po’ tutti, compresi i colleghi della coalizione. Ma Meloni sa di camminare su un filo. Sa che già moltissime critiche puntano alla radice della riforma sul presidenzialismo, considerata dalla gran parte dei costituzionalisti inattuabile, per il sistema italiano, se non pericoloso per le possibili derive che innescherebbe. Derive autoritarie sul modello dell’ungherese Viktor Orbàn, tanto per ricordare uno dei principali riferimenti di Meloni in Europa.

Sono scenari foschi che al momento sembrano lontanissimi ma che fino al 25 settembre ogni giorno di più diventeranno materia di campagna elettorale. Ecco perché al di là dell’imbarazzo per la scivolata di Berlusconi, quello che si fa filtrare dello stato d’animo di Meloni è un avvertimento su metodo e contenuto della proposta di legge costituzionale sul presidenzialismo.

In mattinata ai microfoni di Radio Monte Carlo si era limitata a dire: «È una riforma seria, che è anche economica, perché è grazie alla stabilità che si riesce a dare fiducia agli investitori». E visto che è una riforma seria, «e ci abbiamo lavorato tanto – aggiunge ai suoi uomini nel partito – cerchiamo di comportarci seriamente».

Certo, poi c’è un non detto, che si esplicita solo nelle confidenze delle fonti interne, dietro garanzia di anonimato. Si crede, con qualche ragione, che al di là delle smentite, Berlusconi davvero non abbia rinunciato all’idea di arrivare al Quirinale.

È una promessa che aveva fatto a mamma Rosa, un sogno che avrebbe più facilità a realizzare seduto sullo scranno più alto del Senato. Come seconda carica dello Stato, sarebbe lui, infatti, a prendere il posto di Mattarella come facente funzioni, se si dimettesse. Anche solo per qualche giorno potrebbe dire di essere stato presidente della Repubblica. Non ci crede nessuno dentro Fdi. Ma ovviamente non c’è nessuno, pure, che si azzardi a prevedere con sicurezza le mosse di Berlusconi, un uomo che ha vissuto e vive di sfide e di imprevedibilità.

Attorno a Meloni, però, è forte la convinzione che il 26 settembre i rapporti di forza non saranno così favorevoli a Fi, o almeno non lo saranno tanto da poter reclamare per sé la presidenza del Senato. Fdi potrebbe usare il consenso incassato alle urne, così più schiacciante rispetto agli azzurri e ai leghisti, per condizionare le nomine dei ministri e dei vertici istituzionali.

Ogni ambizione di Berlusconi, dicono, a quel punto potrebbe uscire ridimensionata. È un rischio che temono sia l’ex premier sia Matteo Salvini. Ieri erano entrambi a Villa Certosa, in Sardegna e, ancora una volta, si sono fatti fotografare assieme, senza Meloni.
La presidente di Fdi continua a tenersi a distanza e a capitalizzare il vento che è tanto più favorevole quanto più soffia distante dai due leader. In comune vuole mantenere solo il programma, ritagliandosi autonomia nell’interpretazione e nello stile. Nella sintesi finale del centrodestra si cita genericamente l’«elezione diretta del presidente della Repubblica». La base legislativa dovrebbe essere la proposta di legge a prima firma Meloni, bocciata lo scorso maggio alla Camera. In realtà, si tratta di una riforma più in senso semi-presidenzialista, sul modello francese: il presidente della Repubblica eletto direttamente dai cittadini nomina il primo ministro, a sua volta sottoposto al voto di fiducia del Parlamento.

Uno stravolgimento dell’architettura costituzionale contro cui gli avversari del centrosinistra, del M5S e del Terzo polo si oppongono già. Anche per questo, perché il percorso non è e non sarà semplice, agli occhi di Meloni non aiuta il comportamento di Berlusconi.

Lo spiega bene il ragionamento di Guido Crosetto, uno dei pochi a parlare. Il cofondatore di Fdi nelle ultime settimane si è ritagliato il ruolo di sminatore, che rassicura e contestualizza, per dimostrare che non ci sono minacce autocratiche all’orizzonte: «È giusto e legittimo parlare, nei programmi, anche di possibili interventi che si ritengono positivi, sulla Costituzione».

La maturità democratica dell’Italia, dice Crosetto, «lo consente». Ma, aggiunge, rispettando i vari interlocutori, come avrebbe dovuto fare Berlusconi a partire dal più alto in grado, che è garante della Carta: «Le regole però si cambiano dialogando con tutti, mai contro qualcuno, in primis le istituzioni esistenti».

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.