Una nottataccia per Giannini, che continua a non capire (forse) come siamo arrivati al Meloni-day

Massimo Giannini La Stampa 25 settembre 2022
 
Una giornata particolare
 
Ci siamo. È il giorno del voto. E questa domenica elettorale chiude in ogni senso l’estate del nostro scontento.

 

L’estate dell’Apocalisse bellica, economica, climatica. La guerra ucraina e la minaccia nucleare russa. L’inflazione e il caro-bollette. La grande siccità e le alluvioni assassine. La tragedia della Marmolada e il disastro delle Marche. L’addio agli ultimi giganti del Novecento, la Regina Elisabetta e Gorbaciov. Agli ultimi miti della cultura, Angela e Scalfari. Agli uomini buoni come Alika, uccisi dalla ferocia degli uomini spaventati. Ai bambini morti di sete o inghiottiti dal Mediterraneo, a poche centinaia di metri dalle nostre spiagge assolate.

È stata una campagna elettorale penosa. Cieca e sorda di fronte all’enormità dei fatti accaduti e alla gravità di quelli che stanno per accadere. Parole al vento e fango nel ventilatore. Baruffe chiozzotte e insulti da stadio. Putinisti in maschera e pietisti in pantofole. Europeisti in orbace e terzisti in transito. Da ieri tutto tace, in attesa che si concluda l’ordalia. Lo chiamano silenzio elettorale. Ma non è il “silenzio degli innocenti”. Chi è innocente, in questo rito cannibale in cui la Politica ha divorato se stessa, fino a spingere milioni di cittadini nauseati a disertare il banchetto?

Eppure. Per tante ragioni, questa non è un’elezione qualunque. Per l’Italia questa è davvero “Una giornata particolare”. Come nel capolavoro di Ettore Scola, il Paese è in bilico. In primo piano, agguerriti, si agitano i nuovi “patrioti”. Sullo sfondo, sbiaditi, si agitano i vecchi fantasmi del Ventennio. In questo presente sospeso un destino sembra compiersi, quasi ineluttabile, mentre in pochi attimi si aprono e si chiudono finestre su un’altra Storia possibile. I partiti non sono stati capaci di intercettare i bisogni dei cittadini. Delusi e disillusi, le hanno sperimentate tutte, passando dal tecnico Monti alle grandi e alle piccole coalizioni, incrociando le maggioranze gialloverdi e giallorosse per poi tornare al tecnico Draghi.

Adesso, anche solo per disperazione, sembrano pronti a provare anche l’ultima “novità”, cioè la fase finale del ciclo populista iniziato col berlusconismo degli anni 1994-2011 e poi “evoluto” nel grillo-leghismo degli anni 2013-2019.

Nonostante le speranze del segretario del Pd, convinto che “la rimonta” sia ancora possibile, la vittoria delle destre pare più che probabile. Secondo i sondaggi “segreti”, la Triplice Intesa Meloni-Salvini-Berlusconi avrebbe un vantaggio non più colmabile, anche perché sul fronte opposto non c’è a inseguirla nessuna “macchina da guerra”, gioiosa o rissosa che sia. Dunque l’unica cosa che conta, a questo punto, sarebbero i rapporti di forza interni alla coalizione vincente. Quanti voti avrà preso Fratelli d’Italia, quanti la Lega, quanti Forza Italia. Da qui discenderebbero il profilo politico del nascente governo, la sua vera natura, la sua maggiore o minore stabilità.

Se stasera, a urne chiuse, questo fosse davvero l’esito del voto, il Paese si troverebbe di fronte a una svolta storica. Non a caso, oltre all’interesse delle cancellerie internazionali e all’interferenza delle istituzioni comunitarie, tutti i grandi organi di informazione stranieri dedicano prime pagine e copertine al voto tricolore. Dall’Economist che si chiede “Quanto dovrebbe aver paura l’Europa di Giorgia Meloni”, a Le Monde che titola “In Italia la tentazione dell’estrema destra”.

Di queste altrui apprensioni ci stupiamo solo noi, spesso troppo deboli di memoria. Se davvero FdI risultasse il partito più votato e quindi Giorgia Meloni già a un passo da Palazzo Chigi, le incognite che avremmo di fronte sarebbero tante. C’è un’incognita che ha a che fare proprio con la Storia. L’Italia diventerebbe il primo Stato membro e fondatore dell’Unione governato da una formazione politica nel cui simbolo arde la fiamma del fascismo. So bene che questa “pregiudiziale” non fa più alcun effetto a una vasta schiera di elettori, che come la Sorella d’Italia non erano nati ai tempi di Mussolini e adesso credono di averlo rinchiuso per sempre negli armadi del passato. Resta il fatto che un “evento” del genere non si è mai verificato in nessun altro angolo d’Europa (compresi quelli che il nazifascismo non lo hanno conosciuto). E adesso si verifica per la prima volta proprio qui da noi (che invece quella dittatura l’abbiamo patita). Questo cosa significa? Ha qualcosa a che vedere con il “fascismo eterno” di cui scriveva Eco, o con il fascismo come “autobiografia della nazione” su cui ragionava Gobetti? Il fascismo come postura e come attitudine socio-culturale, come suggestione dell’uomo forte e del comando, come populismo dall’alto e intolleranza illiberale verso il basso? Nessuno immagina le camicie nere alle porte, o l’aula di Montecitorio trasformata in un bivacco di manipoli. Ma non sappiamo quasi nulla di cosa sia oggi questa “destra nazionale”, se non per le formule evasive della sua leader e per le intemperanze quotidiane dei suoi Fratelli, da Romano Larussa che fa il saluto del Duce a Federico Mollicone che bolla come “illegali” le coppie gay. Sappiamo però che oltre frontiera questa destra viene definita apertamente “post-fascista”, mentre noi abbiamo pudore o paura a farlo. E se anche per molti questo non è più un interdetto ideologico, per me resta un interrogativo politico: che direbbe Meloni premier il 28 ottobre, quando ricorrerà il centenario della Marcia su Roma? Come celebrerebbe il 25 aprile, quando festeggeremo la Liberazione dal regime dal quale lei stessa discende, volente o nolente? Da questa incognita discendono tutte le altre.

C’è un’incognita istituzionale. Per quanto opinabile sia la scelta, la destra “di governo” è ovviamente libera di proporre una riforma presidenziale della nostra Repubblica. Ma perché, dopo aver corretto Berlusconi che nel rilanciare il presidenzialismo aveva anticipato il “foglio di via” a Mattarella, adesso Meloni si rimangia la proposta di una Bicamerale e annuncia “se avremo i voti la riforma la faremo anche da soli”? La Carta del ’48 è la Casa di tutti gli italiani, non la riedizione della Casa delle Libertà diciassette anni dopo. È tempo di riforme condivise, non di colpi di mano. La destra vincitrice come procederebbe, sulla Costituzione e sugli organi di garanzia?

C’è un’incognita politica. Riguarda il ruolo e il profilo del nostro Paese in Europa e nel mondo. A che servono le chiacchiere sulla fedeltà atlantica e sull’adesione ai valori dell’Europa, quando al momento di decidere da che parte stare nel Parlamento di Strasburgo i gruppi di FdI e Lega si schierano contro l’Europa dello stato di diritto e a fianco dell’autocrate Orban? A che serve ribadire il pieno sostegno alla resistenza di Kiev, quando nella tua coalizione c’è Salvini che tuona contro le sanzioni a Mosca e Berlusconi che ci spiega quanto è buono Putin, che ha invaso l’Ucraina massacrando migliaia di civili solo perché voleva mettere le suorine di madre Teresa di Calcutta al posto di Zelensky? Forse il Cavaliere è ormai il fool scespiriano, che ridacchiando a corte racconta tutte le verità nascoste che i regnanti non possono rivelare?

 

C’è un’incognita economica. Riguarda l’attuazione del Pnrr (della quale la destra chiede una fumosa ma pericolosa “rinegoziazione” all’Europa), la manutenzione dei nostri conti pubblici (a partire dalla prossima manovra finanziaria) e la gestione del nostro debito (che di qui a fine anno dovrà riscuotere tanta fiducia sui mercati, per collocare quasi 100 miliardi di titoli di Stato). A che serve che FdI ribadisca “no a scostamenti di bilancio”, quando il Carroccio vuole mettere “subito 50 miliardi nelle tasche degli italiani” e Forza Italia vuole regalare mille euro a tutti i pensionati, insieme al bonus dentiere e magari pure al pedaggio gratis per l’immancabile Ponte sullo Stretto di Messina?

 

C’è un’incognita sociale. Riguarda i nostri diritti e i diritti degli altri, il nostro modo di stare al mondo e di intendere una comunità di destino. Che vuol dire Dio-Patria-Famiglia, nella modernità del Terzo Millennio? Che significa “non abolirò la legge 194 ma voglio garantire alle donne il diritto di non abortire”? Cosa sarà della legislazione sulle unioni civili e del fine-vita? Cosa si intende per “blocchi navali”, mentre il Capitano leghista già prenota il Viminale dicendo “ho già fermato gli sbarchi e non vedo l’ora di rifarlo”?

Va dato atto alla Meloni: fino a una decina di giorni fa ha condotto un’astuta e accorta campagna elettorale. Ha rassicurato tutti, alleati esteri e moderati autoctoni. Ma negli ultimi giorni ha gettato la maschera, risfoderando la faccia feroce dei comiziacci spagnoli di Vox. Cosa intende quando annuncia che “è finita la pacchia”? Qual è la vera Meloni che da domani potrebbe entrare nella “stanza dei bottoni”? Qual è il vero volto di questa abile ma ambigua Dottoressa Stranamore, che presto potrebbe essere costretta a trovare una sintesi tra l’estremismo del suo partito, il neo-irredentismo nordista di una Lega indebolita e il surreale micro-centrismo berlusconiano ridotto ai suoi minimi termini?

Per tutte queste ragioni, La Stampa ha fiducia nell’Italia, ma guarda con preoccupazione al prossimo futuro del Paese. Pronti a ricrederci e nel totale rispetto delle scelte che farà il popolo sovrano, questa strana destra una e trina appare lontana dall’identità e dalla cultura di questo giornale, che è stata la “casa” di Norberto Bobbio e di Galante Garrone. Non pensiamo che la democrazia sia in pericolo. Meglio: non vogliamo crederlo. Ma in questa “giornata particolare”, come in tutte quelle che verranno, ci sta a cuore la qualità della nostra democrazia. Buon voto a tutti.

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