La Commissione Costituente del Pd si imbatte sul cambio del nome proposto da Orlando

Carlo Bertini La Stampa 2 dicembre 2022
Da partito democratico a partito del lavoro: i dem cercano un nome e rischiano di finire nell’acronimo Pdl
Un referendum tra gli iscritti sul cambio di nome: per il capo della sinistra, Andrea Orlando, va messa ai voti subito la proposta del sindaco di Bologna Matteo Lepore, prima ancora di fare le primarie e di eleggere il nuovo segretario

 

 

Un bel referendum tra gli iscritti dem sul cambio di nome, da Pd a Pdl: che ricorda l’acronimo del berlusconiano Popolo delle libertà, ma starebbe invece per Partito Democratico del Lavoro: per il capo della sinistra, Andrea Orlando, va messa ai voti subito la proposta del sindaco di Bologna Matteo Lepore, prima ancora di fare le primarie e di eleggere il nuovo segretario. Come a dire, chiunque vinca, deve dirigere un partito che si richiami al labour e alla socialdemocrazia.

Così si sono aperti i giochi della prima giornata di lavori della Costituente del Pd. E se sul referendum nessuno si è schierato, sul cambio nome tutta la sinistra dem concorda: da Cuperlo a Provenzano, a Damiano e via dicendo. Stefano Bonaccini, appoggiato da riformisti ed ex renziani liberal, ancora non si è espresso a riguardo e questo non è considerato buon segno. Tanto che si capisce meglio l’urgenza di Orlando di far decidere agli iscritti nuovo nome e nuova linea laburista conseguente, senza aspettare le primarie.

La battaglia tra sindaci e donne
Se i sondaggi relegano il Pd tra i «figli di un Dio minore», con una discesa sotto gli inferi del 18 per cento toccati da Matteo Renzi, i motori del vapore viaggiano a pieni giri per tentare una ripresa: i candidati affilano le loro armi, Stefano Bonaccini si rifà il vestito, ovvero il sito, ingaggia Dario Nardella come portavoce della sua mozione e arruola dalla sua i sindaci che contano, da Antonio Decaro a Giorgio Gori. Un altro sindaco, quello di Pesaro Matteo Ricci è in pieno movimento per la sua discesa in campo alle primarie e le sue dieci tesi sono al vaglio di iscritti e militanti; Paola De Micheli gira, parla e vede gente ed Elly Schlein idem, in attesa di candidarsi anche lei domenica.

E nella prima riunione del comitato costituente, escono fuori due paure: quella dell’opa ostile di Calenda e Renzi, oltre che di Conte, sul Pd. E quello di una scissione, che le regole dello statuto, con primarie uno contro uno, possono innescare. «Con due candidati ai gazebo – fa notare Gianni Cuperlo – il rischio divaricazione è enorme e la carta dei valori con un’identità chiara è l’antidoto contro una scissione».

Ma è Andrea Orlando, capo della sinistra interna, a lanciare il sasso oltre lo stagno sulla questione del nome, perché «la proposta di passare a partito democratico del lavoro, su cui sono d’accordo, andrebbe decisa prima con un referendum tra gli iscritti come passaggio preliminare al congresso».

Diatribe di stile e sullo statuto

Nessuno per ora rilancia in avanti la palla, tranne Alfredo D’Attorre, di articolo uno, che ingaggia una illuminante sfida di estetica con la politologa Nadia Urbinati addirittura sulla figura di Alfredo Reichlin che contribuì alla stesura della carta fondativa del Pd di Veltroni.

Perché se a Urbinati lo statuto del 2007 non piace, «un brutto documento, bolso, illegibile, con parole d’ordine come donne e giovani, in stile burocratese», il filosofo D’Attorre invece gli riconosce una pulizia linguistica degna del miglior Reichlin, anche se lo bolla nella sostanza come «datato e lacunoso sul rapporto stato-mercato, non c’è il tema della digitalizzazione, nè le parole conflitto sociale o lotta di classe, ormai abbandonati».

Chi vince, rispetta la carta

Lo scopo di questa nutrita commissione costituente, 87 tra intellettuali, politici, filosofi, presenti ieri una sessantina, lo riassume all’inizio Enrico Letta, in tandem con Roberto Speranza, tornato al Nazareno ma meno emozionato di D’Attorre: «Chi vince – dice Letta – deve rispettare la nuova carta dei valori redatta da questa commissione. E dal primo incontro emerge già un filo rosso sui temi della disuguaglianza, lavoro, sostenibilità, democrazia e diritti».

«Il nodo di fondo che unisce tutto, dalla questione sociale allo svilluppo sostenibile – nota Speranza – è che il 2007 è il tempo in cui l’egemonia liberista entra nella casa della sinistra europea e mondiale. Una stagione archiviata e il filo rosso è capire come rideterminare la nostra identità sulla base di un tempo cambiato».

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