E’ una manovra in retromarcia. Lo è dal punto di vista strategico

Francesco Manacorda La Repubblica 19 dicembre 2022
Manovra, indietro tutta
E’ una manovra in retromarcia. Lo è dal punto di vista strategico, nelle scelte di fondo, come si è già ampiamente detto

E’ una manovra in retromarcia. Lo è dal punto di vista strategico, nelle scelte di fondo, come si è già ampiamente detto: spinta al “liberi tutti” fiscale che si traduce in un incentivo all’evasione; attacco indiscriminato a un reddito di cittadinanza che, seppure discutibile nell’ideazione e nell’applicazione, ha avuto un ruolo nell’attutire le diseguaglianze sociali; difesa degli interessi corporativi di alcuni settori protetti come i taxisti e i balneari. Ma lo è anche dal punto di vista tattico, dove la retromarcia — la conferma ieri con gli emendamenti governativi arrivati a tardissima ora — diventa direzione obbligata di fronte alla solidità dei fatti rispetto alle posizioni ideologiche che l’esecutivo cerca di far passare, e rispetto soprattutto al sentiero strettissimo dei conti pubblici, come ebbe a dire un ministro dell’Economia eletto nelle file del Pd, che indifferente alle coloriture politiche lascia poco o punto margine di scelta a chi lo percorre.

Dunque, ecco sparire dalla manovra la norma “anti Pos” che aboliva le sanzioni per chi avesse rifiutato di accettare pagamenti elettronici sotto i 60 euro; una misura salutata dagli alfieri del neoliberismo tributario fai da te, come Matteo Salvini, alla stregua di un passo decisivo per il Paese e che ora invece — dopo i rilievi della Corte dei Conti, di Bankitalia e non ultima della Commissione europea, che vedeva la misura in contrasto con gli obiettivi del Pnrr — torna dove sarebbe dovuto stare fin dall’inizio, ossia negli slogan elettorali un tanto al chilo. Retromarcia sulle sanzioni, quantomeno sulle multe dei Comuni: quando anche a Palazzo Chigi hanno capito che le città con i bilanci già in rosso avrebbero perso in questo modo centinaia di milioni, hanno dovuto prendere atto della situazione e ad accettare che siano cancellati solo interessi e spese accessorie, ma non le sanzioni medesime.

Retromarcetta con sterzata sulle pensioni minime, chevengono adeguate solo per chi ha più di 75 anni e solo per i prossimi dodici mesi. Poi si vedrà… Non sarebbe uno scandalo, quello che avviene. Il realismo nei conti pubblici è scelta obbligata, per di più se si è nelle condizioni dell’Italia e il panorama internazionale resta assai critico. Ma diventa una vergogna se, come accade, la retromarcia non è altro che il ritorno alla realtà, dopo la promessa di fantomatiche fughe in avanti, utili di certo a conquistare voti ma non a governare.

Un gioco in realtà cinico, condito da un già stantio vittimismo di governo. Sarebbe infatti un ben curioso incidente del destino, ma in realtà si tratta solo di una spicciola strategia di comunicazione, il fatto che regolarmente l’Italia del governo Meloni sia attorniata da potentissimi nemici e che altrettanto spesso la stessa premier si ritenga obbligata ad avvisare che i suoi nemici, per quanto numerosi e agguerriti, non riusciranno a frenare l’epocale cambiamento che lei stessa promette. Solo per fermarsi all’ultima manciata di giorni, e con la certezza di dimenticare qualcosa, ecco così le critiche su alcuni provvedimenti economici fatte da Bankitalia che provocano di rimbalzo affermazioni tese non a replicare sul merito, ma a delegittimare radicalmente via Nazionale; l’aumento dei tassi da parte della Bce, sull’onda di una tendenza planetaria, che scatena però sulla sua presidente Christine Lagarde l’accusa di sabotaggio dell’Italia da parte di quello che viene venduto dal marketing di governo come uno dei ministri più moderati; il no di principio al Mes, il cosiddetto fondo salva-Stati, che è qualcosa che nessuno spera di usare mai, ma che l’Italia ha deciso non vada nemmeno predisposto. Tanti nemici immaginari, e una realtà che per ora si riduce a due parole: indietro tutta.

 

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