Le certezze e la fermezza del Corriere, Mieli Biden Draghi e Meloni

Paolo Mieli Corriere della Sera 24 dicembre 2022
Noi, l’Ucraina e la Russia: una fermezza sorprendente
L’anno prossimo faticheremo non poco a conservare le posizioni tenute nel 2022

 

Non poteva che andare così. Era scontato che il primo viaggio da «uomo libero» (anche se ancora ben lontano dall’esserlo del tutto) Zelensky lo dovesse compiere negli Stati Uniti. E che fosse tenuto a mostrare riconoscenza per il presidente e il Parlamento a cui l’Ucraina deve l’aver avuto la possibilità di resistere all’aggressione russa. La visita a Bruxelles verrà in un secondo momento. Ma sarebbe sbagliato se Zelensky, fin d’ora, non trovasse il modo di riconoscere all’Europa il merito d’essersi adoperata per la causa di Kiev. Sufficientemente compatta. Più di quel che era legittimo aspettarsi.
Tutto sommato, in questi primi dieci mesi di guerra, pur tra esitazioni e contorcimenti, la Ue è stata coerente con le energiche dichiarazioni rese a ridosso del 24 febbraio. Il che è sorprendente se si considera ciò che fu chiaro fin dall’inizio. Cioè che ci sarebbe stato uno specifico «prezzo europeo» da pagare per questa guerra. Un conto che è stato e sarà saldato senza che — almeno ad oggi — ciò abbia provocato le sollevazioni di massa da molti temute (e da qualcuno auspicate). Merito di classi dirigenti che si sono rivelate più ferme del previsto. Persino quelle di Germania e Italia, i Paesi che a causa di imprudenze del passato, erano più esposti ai contraccolpi della sorprendente e selvaggia aggressione russa al popolo ucraino. Il cancelliere Scholz si è trovato improvvisamente alle prese con le imbarazzanti eredità di Angela Merkel e di Gerhard Schröder. Personalità, Merkel e Schröder, che passeranno alla storia anche (sottolineiamo: anche) per aver sottovalutato le implicazioni dei loro compromessi con Putin.

Talché si possono retrospettivamente considerare ampiamente giustificati i sospetti di Zelensky in merito ad alcune lentezze e qualche ritardo di Berlino nella consegna delle armi all’Ucraina. Poi, per quel che riguarda le conseguenze economiche della guerra, Berlino ha talvolta frenato l’azione degli alleati ed è stata a tratti sleale con il resto d’Europa. Ad esempio, quando ha stanziato 200 miliardi a «scudo tedesco» per il prezzo del gas. Ma nel complesso la Germania ha tenuto.

Stesso discorso vale per l’Italia dove il quadrilatero composto da Sergio Mattarella, Mario Draghi, Enrico Letta e Giorgia Meloni non ha mai dato segni di cedimento. Qui da noi sono entrati fin dall’inizio in azione raggruppamenti contiani e berlusconiani che, pur dichiarandosi contrari all’aggressione russa, hanno lasciato intendere di essere insofferenti alle scelte della Nato e disponibili ad ascoltare le «ragioni di Putin». Li abbiamo definiti «raggruppamenti» per il fatto che andavano ben al di là delle figure di Giuseppe Conte e Silvio Berlusconi. Sono stati articolati, dinamici e hanno trovato il modo di connettersi agli umori provenienti dal pacifismo cattolico, dal mondo ex comunista, da quello leghista e dall’universo dell’antica sinistra extraparlamentare. Sono stati infine determinanti nel provocare la caduta anticipata del governo Draghi.

Papa Francesco — su un versante differente — ha avuto un’esperienza per molti versi simile a quella in cui vennero a trovarsi Benedetto XV ai tempi della Prima guerra mondiale e Pio XII nel corso della seconda. Anche loro non vollero piegarsi alle logiche del conflitto. Al punto da essere accusati di eccessiva indulgenza nei confronti degli Imperi centrali e, vent’anni dopo, di Hitler. Bergoglio ha immediatamente individuato la natura di «terza guerra mondiale» di un conflitto che apparentemente si sta svolgendo esclusivamente entro i confini dell’Ucraina. Nei primi mesi ha puntato il dito contro le responsabilità della Nato nello scatenamento del conflitto. E queste sue denunce hanno trovato ampia eco nel sistema dei media. Nelle ultime settimane ha però definito meglio il suo giudizio spingendosi a proporre paragoni tra la sorte toccata al popolo di Zelensky adesso e in altre circostanze del passato.

Ad esempio, l’Holodomor, vale a dire l’uccisione, tra il 1932 e il 1933, di alcuni milioni di ucraini tramite una carestia provocata da Mosca. Oppure l’Einsatz (o Aktion) Reinhardt, l’uccisione di quasi due milioni di ebrei polacchi, come vendetta per l’uccisione di Heydrich a Praga nel giugno del 1942. Heydrich, governatore nazista di Boemia e Moravia, aveva pianificato, in gennaio di quello stesso 1942 — nel corso della conferenza di Wannsee — la cosiddetta «soluzione finale della questione ebraica». E Hitler rispose alla sua uccisione con l’«operazione Reinhardt» nell’intento di portare a termine in tempi rapidi il lavoro iniziato dallo stesso Heydrich. Il papa non ha esplicitamente paragonato Putin a Stalin e Hitler ma quelle due recenti evocazioni probabilmente vogliono comunicare qualcosa dello stato d’animo del pontefice a dieci mesi dall’inizio dell’aggressione. Senza che i media stavolta prestassero attenzione a questi suoi nuovi spunti di riflessione.

Stavolta l’Italia s’è distratta. Diciamo di più: l’anno prossimo faticheremo non poco a conservare le posizioni tenute nel 2022. Due dei quattro protagonisti della scelta ad un tempo europeista e atlantica del febbraio scorso, Draghi e Letta, sono usciti o stanno uscendo di scena. Sul fronte della sinistra il pacifismo di Giuseppe Conte esercita un’evidente egemonia su una parte notevole del Pd (soprattutto quella che gode di ampia autonomia nel Parlamento europeo). Non meno attivo è l’altro pacifismo, quello riconducibile a Berlusconi e a Salvini, che ha mostrato d’essere già fin d’ora in grado di complicare la vita a Giorgia Meloni. Mattarella e Meloni presumibilmente terranno il punto. Ma la sensazione è che le prossime scelte italiane per quel che riguarda la guerra d’Ucraina potrebbero essere meno nitide di quelle di dieci mesi fa.

 

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.