Cento giorni in retromarcia: Meloni fa i conti con la realtà

Serenella Mattera La Repubblica 29 gennaio 2023
Cento giorni in retromarcia: Meloni fa i conti con la realtà
Le frenate su Pos e benzina, i rave, la questione giustizia, lo strappo con la Francia sui migranti. Gli inciampi dei primi mesi alla guida del Paese


A sfogliare “gli appunti di Giorgia”, nella finta intimità dei social, in mezzo al disordine di questi primi cento giorni di governo, una frase restituisce più di tutte quel che è stato. Un inciso, buttato lì tra le ragioni della ennesima retromarcia. “Il punto è che si fanno i conti con la realtà”, affretta le parole Giorgia Meloni, primo presidente del Consiglio donna, e di destra, della storia d’Italia. Ora costretta a misurarsi con una realtà scomoda, come le scarpe con tacco sostituite alle più confortevoli sneakers all’ingresso a Palazzo Chigi. Gravosa, quanto il timore di “deludere chi ha creduto” nelle promesse della destra. Schiacciante, per la necessità – prendiamo a prestito le parole del discorso di fine anno del presidente Sergio Mattarella – “di misurarsi con le difficoltà del governare”. Una realtà fatta di Europa, più che di Nazione. Una realtà che si affolla di presunti nemici – Bankitalia, Bce, speculazione – perché cozza con promesse elettorali e battaglie identitarie. Che impone retromarce su pos e benzina, riallineamenti sui vaccini, ammorbidimenti sui rave e testacoda sull’immigrazione. Che trasforma il machete di un maldestro spoils system in una limetta. Che puntella la coerenza d’incoerenze.

“E che succederà? Succederà che è finita la pacchia”, annunciava Meloni all’Europa agli sgoccioli della campagna elettorale, regalando ai militanti l’unico acuto di un copione già adattato alla prospettiva del governo. Al debutto parlamentare da premier prometteva da “underdog” – la “sfavorita” in lotta contro i “pregiudizi” – di dare riscatto alle ragioni di una destra “spesso relegata ai margini”. Ma questo era prima d’immergersi nel “frullatore” del palazzo, prima di abbandonare – salvo saltuarie fughe – il vecchio ufficio a Montecitorio che occupava da leader della FdI d’opposizione. E poi? Poi è arrivata la necessità di fare i conti col “contesto”, con le responsabilità proprie di un presidente del Consiglio – declinato al maschile, così vuole la grammatica di Destra – e di mettere la faccia su scelte su cui gli alleati minori Matteo Salvini, immerso nella sua second life da tagliatore di nastri di strade e cavalcavia, e Silvio Berlusconi, indomito inquilino di Arcore, possono permettersi di alzare il ditino e mugugnare. Incertezze, inciampi, gaffe di un esecutivo agli esordi, si sommano a imbarazzanti fughe in avanti parlamentari (dal bonus per i matrimoni in Chiesa, alle proposte antiabortiste). Agli atti restano tre mesi di contraddizioni, di rinvii, di correzioni.

Testacoda su rave e migranti
Atto primo del governo, un decreto contro i rave party, per far capire subito che “non siamo più la repubblica delle banane”: reato tutto nuovo, pene severissime. E, nello stesso testo, la riforma del carcere duro dell’ergastolo ostativo, nella formulazione che dall’opposizione FdI aveva respinto perché troppo soft. Pochi si concentrano sull’autosconfessione, tanti sulle norme anti-rave che indignano, anche perché potrebbero colpire cortei e falò: la premier deve far correggere. Anche le fughe in avanti sul Covid vengono presto stoppate (restano mascherine negli ospedali e multe ai No Vax). E così l’immigrazione diventa il fronte più avanzato delle battaglie identitarie, securitarie. Il ministro Matteo Piantedosi, di formazione salviniana, prende di mira le navi ong, mentre reclama in Europa quella difesa delle frontiere che nella prima declinazione meloniana era il blocco navale. Il primo risultato sono polemiche e aggiustamenti, norme nuove di zecca contro chi fa salvataggi in mare e la destinazione delle imbarcazioni a porti distanti. Il secondo risultato è un incidente diplomatico con la Francia, con quell’Emmanuel Macron che per primo aveva incontrato Meloni a Roma nelle ore dell’insediamento. Con lui seguono due mesi di tensioni, incomprensioni. Il gelo, fino a qualche giorno fa.

Con l’Europa e Kiev
La politica estera è terreno friabile, per la leader di una Destra guardata con sospetto da molte cancellerie. Ma Meloni sta in Europa. Va in visita a Bruxelles, alla prima uscita, incontra i vertici delle istituzioni Ue, marca una nuova postura. Leader conservatrice sì, e amica di Viktor Orban, ma con la mano tesa ai Popolari. In più, convintamente filoatlantica e – questa volta sì, con coerenza – ferma sostenitrice di Kiev, a dispetto di dubbi leghisti e berlusconiani.

Con l’Europa e Kiev
Sul piano economico, la premier compie la scelta – che è necessità – di non infiammare lo spread, di non rischiare di perdere il treno dell’Europa. Lo fa sul Pnrr, che chiede di correggere un po’, non di riscrivere. Come sulla manovra, che la costringe a scontentare subito – “niente scostamenti di bilancio” – il truppone parlamentare. Smantellare il Reddito di cittadinanza e alzare il tetto al contante sono le promesse mantenute. Per il resto, il governo porta a casa un po’ di flat tax in favore delle partite Iva, un balletto sulle pensioni dal magro risultato, la controversa riscrittura del bonus 18enni, dodici sanatorie fiscali e un condono penale fallito. E soprattutto, la retromarcia imposta dall’Europa sull’obbligo del pos che si voleva ammorbidire, come segno di riguardo a un elettorato di piccoli esercenti. Ma non si può andare allo scontro con l’Ue, mentre la Bce aumenta i tassi. E la scelta “di realtà” è restare nella scia di Mario Draghi anche sulla politica energetica. Così fa Meloni: proroga gli aiuti a famiglie e imprese, tratta per il gas con Algeria e Libia, trivella nell’Adriatico (sconfessando battaglie no Triv del passato), installa a Piombino un rigassificatore osteggiato dal sindaco, tessera FdI.

Accise, Mes, balneari
Scontentare capita. Ma sono le promesse fatte a presentare il conto più salato. E così quando il prezzo della benzina sale, per effetto della decisione di non rinnovare gli sconti sulle accise, spunta un video di Meloni, anno 2019, che prometteva di cancellarle tutte, le tasse sui carburanti. Il primo riflesso del governo è puntare il dito sulle speculazione, ma gli alleati protestano, i sondaggisti intravedono una flessione di FdI sotto la soglia – altissima – del 30%. Si tenta di correggere il tiro, senza però riuscire a sventare uno sciopero dei benzinai. “Il contesto cambia”, prova a spiegare la premier. Ma il pasticcio delle accise balza in cima ai ricordi dei primi cento giorni di Meloni.

Relegando sullo sfondo i vertici internazionali, la condanna “dell’ignominia” delle leggi razziali e la commozione nell’incontro con la comunità ebraica, la carezza di Papa Francesco alla figlia Ginevra. E pure il lavorìo per affermare una controegemonia culturale di destra nel solco – giura Gennaro Sangiuliano – del sommo Dante. E così, in mezzo a uno scontro sulla giustizia capace di guastare i festeggiamenti per la cattura del superlatitante Matteo Messina Denaro, in mezzo alle tensioni sull’Autonomia e sugli stipendi degli insegnanti, già si intravedono gli ostacoli futuri. La ratifica sul Mes, difficile da digerire e far digerire. La trattativa sui balneari, che sul rinvio delle gare si dovranno deludere. La necessità insomma di contraddirsi ancora, in nome della responsabilità di governare.

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