Lagarde alza ancora i tassi, ma l’inflazione ha altre cause

Walter Galbiati La Repubblica 3 febbraio 2023
La bussola di Lagarde
La Bce alza di 50 punti base i tassi d’interesse a annuncia un ulteriore aumento a marzo. L’obiettivo è l’inflazione al 2 per cento

 

 

Anche questa volta Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, non ha voluto ascoltare Crosetto e Salvini. E, come nelle attese ha alzato i tassi di ulteriori 50 punti base portando il tasso sui rifinanziamenti principali al 3%. Per di più ha già annunciato che nella prossima riunione di marzo ci sarà un ulteriore rialzo sempre di 50 punti, dopo di che sarà necessario sedersi al tavolo e riflettere per capire come proseguire.

Questa decisione e le parole usate da Lagarde portano con sé due notizie: una buona e una cattiva. La cattiva è proprio il rialzo dei tassi. Perché nonostante l’inflazione e le stime sull’economia appaiano migliori del previsto, Lagarde non ha voluto allentare la presa da subito come invece ha fatto la Banca centrale americana. A fronte di un’attesa degli investitori di un rialzo di mezzo punto percentuale, il governatore della Fed, Jerome Powell, ha alzato i tassi solo dello 0,25%, mentre nella seduta precedente li aveva ritoccati al rialzo dello 0,5% e nella quattro precedenti addirittura dello 0,75%. Una mossa che è stata letta come un segno di ammorbidimento visti i segnali positivi sul fronte dell’inflazione Usa.

Lagarde, invece, non ha voluto tener conto né dei dati pubblicati da Eurostat che registra un iniziale calo dell’inflazione in Europa dal 9,2% di dicembre all’8,5% di gennaio, grazie soprattutto al calo dei costi dell’energia, né delle previsioni del Fondo monetario che rispetto a ottobre (+0,5%) ha alzato la stima di crescita dell’Eurozona per il 2023 allo 0,7%.

Ma soprattutto Lagarde non ha tenuto conto nemmeno di un pensiero che serpeggia tra gli economisti, fra cui il premio Nobel Joseph Stiglitz, che proprio sulle pagine dell’inserto economico di Repubblica, Affari&Finanza, ha spiegato come l’inflazione di oggi non si combatta con la politica monetaria. L’inflazione è stata causata dall’aumento dei prezzi dell’energia, dalla guerra e dalle strozzature delle catene di approvvigionamento iniziate con la pandemia.

Eventi sui quali la politica monetaria della Bce può ben poco. Ora i colli di bottiglia, per esempio nei chip, stanno rientrando, e i prezzi dell’energia si stanno ridimensionando per una dinamica naturale, dovuta al calo della domanda e all’alto livello delle scorte. Per contenerli ulteriormente non serve alzare i tassi, una mossa che penalizza le imprese e rischia di mandare le economie in recessione, ma servono interventi mirati.

La notizia buona, invece, su cui ieri tutti i mercati hanno gioito, è che Lagarde per la prima volta ha comunicato di volere valutare a marzo se continuare sulla strada dei rialzi oppure fermarsi. E la bussola sarà l’inflazione core (quella senza i prezzi di energia e alimentari) che rimane elevata secondo i parametri della Bce, il cui obiettivo è un’inflazione al 2%: “Eravamo al 5% a novembre, siamo saliti al 5,2% a dicembre e siamo tuttora al 5,2%, il massimo storico”, ha chiosato Lagarde. Marzo dunque potrebbe essere il mese della svolta: nel frattempo le imprese dovranno finanziarsi pagando il 3,4% sui nuovi prestiti, un livello che non si vedeva da febbraio 2012, in piena crisi degli spread, e che è il doppio rispetto a fine luglio 2022.

 

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