Nella democrazia a punti, non basta votare. Lo dice The Economist

Bill Emmott La Stampa 5 febbraio 2023
Perché ora l’Italia è meno democratica
Con il suo trentaquattresimo posto, l’Italia è sul serio una democrazia più “scadente” rispetto agli Stati Uniti che si collocano al trentesimo posto della stessa classifica? Questa è l’opinione espressa da The Economist Intelligence Unit, una consociata del “The Economist”, nel suo annuale Democracy Index.

Si tratta di una valutazione inaspettata, a dire poco, tenuto conto che nel settembre scorso l’Italia ha sostituito un governo nominato di tecnocrati con un governo eletto democraticamente sotto ogni punto di vista, mentre gli Stati Uniti sono tuttora scossi dal tentato colpo di stato del gennaio 2021 di Donald Trump che cercò di ribaltare illegittimamente il risultato elettorale.

Quello che il dato in questione dovrebbe dirci, comunque, non è che il Democracy Index è giusto o sbagliato, ma che negli indicatori di questo tipo piccoli spostamenti in classifica e piccole differenze numeriche non dovrebbero essere prese troppo sul serio. Non si tratta di precise misurazioni scientifiche. Faremmo bene, invece, a rivolgere la nostra attenzione al quadro generale.

Questo quadro generale corrisponde assai da vicino alle opinioni della maggior parte degli italiani, suppongo. Il processo elettorale e il livello di pluralismo sono in buona salute, come infatti hanno dimostrato le elezioni generali di settembre. Il punteggio assegnato all’Italia dal Democracy Index in riferimento a questo parametro è buono quanto quello della Germania, per esempio, e un po’ più alto di quello assegnato agli Stati Uniti.
In ogni caso, l’Italia riscuote un punteggio alquanto scarso nel funzionamento del governo, in altre parole il modo con il quale il processo politico e l’amministrazione pubblica, a livello locale e nazionale, traducono le decisioni in azioni. I punti interrogativi che sussistono in relazione all’applicazione del Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa (Pnrr) – per non parlare di altre forme di spesa pubblica – confermano questo giudizio.

L’Italia non è l’unico Paese ad aver totalizzato un punteggio basso in relazione a questo parametro, ma sinceramente si tratta di una mancanza evidente. Tutto questo ha importanza? Per l’Italia non molto, se non come promemoria di dove è indispensabile attuare miglioramenti. Come indice generale dell’efficienza delle democrazie liberali in Europa e altrove, invece, ha importanza.

Rievocando le origini dell’ascesa dei movimenti populisti anti-establishment in Europa e negli Stati Uniti, faremmo bene a ricordare che in verità iniziarono quando la crisi finanziaria globale del 2008 e in seguito la crisi dell’euro del 2010-12 comunicarono a milioni di cittadini che le loro democrazie non stavano più conseguendo risultati positivi e stabili.

Alle elezioni possiamo votare e mandare a casa un governo ma, se iniziamo a credere che sia l’intero sistema a essere diventato imperfetto e inefficiente nel garantire la stabilità e la sicurezza, incominceremo a lasciarci sedurre da leader politici alternativi, spesso autoritari.

Di fatto, il Democracy Index dell’Economist Intelligence Unit più di ogni altra cosa ci dice che, malgrado le democrazie liberali in Europa siano diventate più stabili rispetto a qualche anno fa e abbiano dimostrato una grande capacità di resilienza sia durante la pandemia sia, forse ancor più, nella reazione all’imperialistica invasione dell’Ucraina da parte della Russia, le pecche e i pericoli sono ancora moltissimi.

È indispensabile fare ancora di più per garantire che un governo efficiente produca risultati concreti per i cittadini. La tentazione populista è minore, ma non è scomparsa.

 

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