Mario Tozzi: “Tutto quello che costruiamo è fragile, siamo in balia della forza della Natura”

Mario Tozzi La Stampa 7 febbraio 2023
Terremoto in Turchia, il geologo Mario Tozzi: “Tutto quello che costruiamo è fragile, siamo in balia della forza della Natura”
La magnitudo del sisma ha mostrato quanto è provvisoria la nostra civiltà. L’edificazione inadeguata per luoghi e tecniche ha causato migliaia di morti

 

Le civiltà dei sapiens esistono solo grazie a un temporaneo consenso geologico, soggetto a essere ritirato senza preavviso. Il terremoto di Gaziantep ribadisce questo concetto sul quale non riflettiamo abbastanza e che dimentichiamo in fretta. Magnitudo 7,8 Richter per la prima scossa, significa un terremoto molto potente, per intenderci un evento centinaia di volte più forte dell’ultimo terremoto italiano, quello di Amatrice e Norcia del 2016. Magnitudo 7,5 per la replica più forte significa una coppia sismica che sbriciola anche quanto, strutturalmente indebolito, ha retto comunque al primo evento.

Il tutto a soli 25 km di profondità, fatto che ha aggravato i danni e moltiplicato le conseguenze. Il risultato sono migliaia di vittime e ambienti urbani sconvolti a 150 km dal più antico edificio sacro che gli uomini abbiano mai costruito, oltre 11.000 anni fa a Gobekli Tepe, e non lontano dai più antichi insediamenti cittadini dell’umanità che si conoscano.

Ma noi ci ostiniamo a vivere in regioni pericolose lungo tutto il bacino del Mediterraneo senza quasi tenerne conto, e l’immagine simbolo di questo terremoto è quella di palazzi di dieci piani ridotti a una frittella schiacciata di meno di dieci metri, come è possibile?

Varrà la pena di ricordare che non è il terremoto che uccide, ma la casa costruita male e, da questo punto di vista la Turchia (e anche la Siria) assomiglia moltissimo all’Italia, con l’aggravante che da noi la magnitudo 7,5 è stata forse raggiunta una sola volta, nel 1693 in Valdinoto, e che anche il sisma di reggio Calabria e Messina ha appena superato magnitudo 7. Tenendo presente che la magnitudo Richter, che non ha teoricamente un «tetto» superiore (e può essere anche negativa), permette di ricostruire una «scala» logaritmica, si capisce come si tratti di eventi centinaia di volte meno energetici.

In Giappone, in Cile, in Nuova Zelanda e in California si supera magnitudo 8 e case e infrastrutture reggono complessivamente molto meglio, anche perché i devastanti terremoti di San Francisco (1906), Tokyo (1923) e Valdivia (1960, il più forte finora mai registrato) furono presi come eventi «eponimi» e come occasione per rifondare un Paese e costruire una cultura del rischio sismico. Da noi e in Turchia si può dire che ciò non è stato ancora fatto e si affida la ricorrenza delle scosse al destino o al fato, e non al fatto che il Mediterraneo è fatto così e dunque è solo questione di tempo.

Responsabile di questo sisma è la grande faglia dell’Anatolia Orientale, una spaccatura lunga oltre 200 km che segna il confine fra il blocco crostale anatolico e quello dell’Arabia Saudita. Le due placche sono in continuo movimento e sfregano lungo quella faglia: quando si accumula abbastanza energia, le due parti scattano lateralmente una rispetto all’altra, provocando uno spostamento, in questo caso stimato in circa tre metri in orizzontale.

Contestualmente, in profondità, si liberano le onde sismiche che dispiegano in superficie gli effetti più gravi, compresa la possibilità di scatenare tsunami, se l’ipocentro è sott’acqua o nei pressi, e se l’energia è sufficiente (in genere deve essere maggiore di 6,5 Richter).

In questo caso l’allarme è rientrato presto anche per via della natura della faglia stessa, ma lo tsunami di Reggio e Messina superò i dodici metri di altezza e provocò migliaia di morti. Una volta arrivate in superficie, le onde possono addirittura essere amplificate da particolari situazioni geologiche, per esempio terreni molli che possono causare quei crolli differenziali che osserviamo in Turchia e in Siria, in un evidente effetto di sito che ribalta e bascula gli edifici senza romperli al loro interno, come nelle sabbie mobili.

Ma se questo è il contesto, bisogna subito ribadire che quando vediamo palazzi di cemento armato schiacciati in quel modo e magari accanto palazzi simili perfettamente integri, vuol dire che si è costruito male. Già nel 1999 a Izmit emerse un quadro preoccupante: il boom dell’edilizia turca era avvenuto in maniera incontrollata e non pianificata, con poco rispetto per il rischio sismico e con una speculazione che aveva trasformato, sostanzialmente, alcuni grossisti alimentari in costruttori privi di scrupoli che hanno innalzato edifici molto alti e poco sicuri, pur utilizzando il cemento armato.

Quel terremoto, provocato da un’altra faglia (quella Nord-Anatolica), causò 17.000 morti e l’ingressione semipermanente delle acque del Mar di Marmara nelle zone più basse della città. Istanbul è a soli cento km di distanza e gli epicentri lungo la faglia Nord-anatolica si spostano progressivamente verso la città. In questo caso, però, conta anche la progettazione antisismica e l’uso di materiali di qualità, precetto che non sembra essere stato sempre rispettato.

Insomma, anche nel caso di un terremoto così forte, gli eventi naturali diventano catastrofi solo per nostre responsabilità e questo avviene anche in Italia. L’Aquila (300 vittime M=6,3 Richter) e Amatrice (240 vittime M=6,0) lo confermano, e Norcia (il secondo terremoto del 2016, di magnitudo 6,5) lo ribadisce: la città, correttamente restaurata dopo i sismi precedenti, subisce danni, ma non provoca nemmeno un morto.

L’ultimo terremoto di magnitudo paragonabile in Turchia, fu quello del 1939, a circa 500 km da Gaziantep, che registrò 40.000 vittime. A pensarci bene, non si può escludere che i terremoti abbiano contribuito all’abbandono degli insediamenti cittadini e religiosi più antichi del mondo, diecimila anni fa. La Turchia nel frattempo ha incrementato la propria popolazione, ma la convivenza con i rischi naturali sembra ancora lontana. Del resto, da questo punto di vista, tutto il Mediterraneo è paese.

 

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