Caso Fazzolari, l’insofferenza degli alleati: “Ne fanno una al giorno”

Francesco Olivo La Stampa 8 febbraio 2023
Caso Fazzolari, l’insofferenza degli alleati: “Ne fanno una al giorno”
L’ordine della premier: «Adesso parla con i giornalisti». La paura di un secondo caso Donzelli. Salvini lo attacca due volte: «No al porto d’armi a scuola». Il gelo di Forza Italia: ha troppo potere


Giorgia Meloni non se l’aspettava. La notizia pubblicata da La Stampa sull’insegnamento del tiro a segno nelle scuole rischia di travolgere il governo. Associare scuola e armi è un errore troppo grave. Così, prima di partire per Milano, la premier parla con Giovanbattista Fazzolari, gli chiede spiegazioni e, ascoltati i suoi argomenti, lo invita a presentarsi davanti ai giornalisti. La vicenda è insidiosa perché, ancora più che Donzelli e Delmastro, Fazzolari vuol dire Meloni e vuol dire governo, bisogna, quindi, correre subito ai ripari. L’offensiva contro La Stampa nasce così.

In Lombardia l’atmosfera è diversa, c’è un successo elettorale netto alle porte, ma i riverberi romani arrivano eccome. Davanti alle telecamere e ai flash gli alleati si abbracciano e si scambiano complimenti, ci sono le elezioni e bisogna mostrarsi uniti. Ma la coalizione di governo vive di sospetti e guerre sotterranee, che il caso Fazzolari non fa che aggravare.

Lo scandalo dell’insegnamento del tiro a segno nelle scuole, secondo le parole di Meloni, «è concluso» con la versione del suo braccio destro, «il caso non esiste», eppure nella maggioranza sono molti quelli che non si fermano alla smentita del sottosegretario. Anche perché a essere messa in discussione dagli alleati di FdI è proprio la figura dell’ideologo di Meloni.

Dentro Forza Italia c’è la consegna del silenzio, ma il giudizio è durissimo: «Ne fanno una al giorno» si sfoga uno dei massimi dirigenti «e lui ha troppo potere». La Lega, invece, si espone e parte all’attacco, sperando in un piccolo reddito elettorale e magari anche di ridimensionare il ruolo del consigliere più vicino alla premier. Matteo Salvini si smarca per due volte. Al mattino presto, in un’intervista radiofonica, ma anche alcune ore più tardi, quando il sottosegretario ha già smentito la notizia: «Se uno vuol fare il tiro a segno va al poligono nel tempo libero. A scuola preferisco portare il codice della strada, non il porto d’armi».

Non basta la competizione elettorale, piuttosto feroce in Lombardia, tra Fratelli d’Italia e Lega per spiegare un atteggiamento simile, c’è di più. Salvini e Fazzolari non si amano e non da oggi, (il fedelissimo di Meloni non ha dimenticato le posizioni del leghista sulla guerra in Ucraina), ma la questione non è solo questa. Il fatto è che nella maggioranza la presenza di Fazzolari a Palazzo Chigi è considerata sempre più ingombrante. Tutto passa attraverso di lui e ne subisce l’influenza. A lui gli alleati imputano «la linea vittimista della presidenza del Consiglio» e sostanzialmente di «non capire la differenza tra opposizione e maggioranza».

In questi primi quattro mesi le occasioni di scontro sono state molte. Per esempio sul Reddito di cittadinanza. Davanti a ogni proposta di abolizione graduale Fazzolari ribatteva: «Bisogna cancellarlo subito, lo abbiamo promesso in campagna elettorale e dobbiamo mantenere la parola». Stesso schema sulla questione dei navigator: intransigenza totale.

Altri scontri sul partito unico del centrodestra, (bocciatura secca della proposta di Silvio Berlusconi) e sul ruolo della Bce, finita nel mirino di Fazzolari per le critiche ai provvedimenti del governo sul Pos. Anche la difesa strenua di Donzelli e Delmastro, protagonisti delle accuse violentissime al Pd, viene attribuita a lui, intenzionato a proseguire l’offensiva contro l’opposizione nonostante le perplessità del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Una linea massimalista che ora finisce sotto accusa,

Nel partito lo definiscono un po’ tutti come intelligente e sottile, «ma sicuramente troppo rigido». La questione non è minore, perché Fazzolari è, praticamente da sempre, l’ideologo di Meloni. Lo era ai tempi del movimento giovanile di Alleanza Nazionale, durante l’esperienza da ministra della Gioventù nel primo governo Berlusconi. Poi con la nascita e l’ascesa di Fratelli d’Italia. E l’arrivo a Palazzo Chigi non ha cambiato le cose. Così, la strategia del governo è soprattutto cosa sua. E un suo scivolone rischia di far precipitare tutto.

 

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