Il Pd può ripartire non con l’assillo delle alleanza

Stefano Cappellini La Repubblica 14 febbraio 2023
Elezioni regionali, al Pd non basta sopravvivere
La strada del rilancio è lunga e impervia. Il voto in Lombardia e Lazio suggerisce al Partito democratico la necessità di pensare più a sé stesso e meno ai potenziali alleati

 

Nelle due più popolose Regioni d’Italia non hanno votato più di sei elettori su dieci. Qualunque riflessione sull’esito delle regionali in Lazio e Lombardia che non parta dal dato dell’affluenza sarebbe peggio che parziale: sarebbe sbagliata e colpevole. La disillusione dei cittadini non ha colore politico e dovrebbe interrogare vincitori e vinti in misura uguale.

Questo scollamento non è una improvvisa vampata di antipolitica, è l’effetto di anni di scadimento dell’offerta e, senza contromisure, alla lunga tutto il sistema pagherà il conto di questo astensionismo dilagante e strutturale che demolisce la casa comune della politica, non una singola parte.
Ci pensi bene anche Giorgia Meloni: il disegno di legge sull’autonomia differenziata, che punta ad aumentare i poteri delle Regioni – obiettivo già discutibile in sé, specie dopo i pasticci accaduti con la pandemia – precipita su un Paese già spaccato e nel momento di massima impopolarità dell’istituzione.

A proposito di pandemia: se gli elettori avessero dovuto scegliere sulla base delle performance dei governi regionali durante l’emergenza Covid, Attilio Fontana difficilmente avrebbe ottenuto la conferma in Lombardia e il candidato presidente del Lazio, l’assessore alla Salute uscente Alessio D’Amato, coordinatore di una efficiente campagna di vaccinazioni, avrebbe senz’altro meritato miglior considerazione.

C’è chi sostiene che abbia prevalso la voglia di mettersi alle spalle gli anni di pandemia. Non è una spiegazione del tutto convincente, forse avrebbe potuto esserlo se avesse votato un numero congruo di elettori. Più giusto sottolineare che non bastano i buoni atti di governo, o gli errori, a guidare le scelte degli elettori se manca una motivazione politica forte.

Ecco, qui siamo invece all’opposto, siamo alla demotivazione, che ha colpito trasversalmente tutte le forze ma in modo più violento il centrosinistra, che invece per decenni ha beneficiato del calo dell’affluenza nelle elezioni locali (cali comunque imparagonabili a quello attuale).

Il risultato è ovviamente incontestabile. Il centrodestra si conferma netta maggioranza tra chi è andato alle urne. La coalizione che raccoglie questo consenso resta però malferma. Talvolta le aspettative elettorali contano più dei dati reali, quindi Lega e Forza Italia esprimono la soddisfazione dei sopravvissuti, lieti soltanto di non essere stati spazzati via da Fratelli d’Italia come alcuni sondaggi facevano loro temere.

Eppure, anche se non c’è stato lo sfondamento di FdI, la primazia di Meloni nel centrodestra esce blindata e quindi rafforzata: niente fa pensare a una diminuzione della guerriglia che ora il partito di Matteo Salvini e ora quello di Silvio Berlusconi, talvolta insieme, hanno messo in campo per arginare il comando della presidente del Consiglio, mettendola in difficoltà sia sul fronte interno che internazionale.

Quello che si diceva su Lega e Forza Italia a proposito del peso delle aspettative sull’analisi del voto vale anche per il Partito democratico. Qualcuno ne temeva l’implosione, che non c’è stata, anzi il risultato della lista segna un timido rialzo.

Il segretario uscente Enrico Letta ha potuto così sottolineare che l’opa ostile delle altre forze di opposizione è fallita. Vero, però questo non può cancellare la larga sconfitta, soprattutto nel Lazio, dove al centrosinistra era capitato anche in passato di perdere, tuttavia mai con un distacco così profondo.

La strada del rilancio, per i dem, è lunga e impervia. Dovranno stare attenti anche a evitare le semplificazioni di chi oggi grida con superficialità al “campo largo”, come se si potessero sommare i voti di Pd, grillini e calendiani così, per un semplice atto di buona volontà, ottenendone una coalizione credibile.

La verità è che il voto delle regionali suggerisce al Pd la necessità di pensare più a sé stesso e meno ai potenziali alleati, anche perché M5S e Azione-Iv non raggiungono i consensi dei dem nemmeno sommando i loro.

È chiaro che saranno necessari accordi per insidiare il vantaggio delle destre, che si fanno meno scrupolo a rimuovere per convenienza le proprie divisioni, ma dovranno avere un’impronta politica chiara, non la somma delle disperazioni.

Da oggi, dal basso delle loro percentuali – disastrose soprattutto quelle del Terzo polo in Lombardia come nel Lazio – sia Conte che Calenda faranno più fatica a spacciare le rispettive soluzioni per l’opposizione come la ricetta vincente cui il Pd deve accodarsi o sparire.

Ma se i dem, dopo le primarie del 26 febbraio, non dimostreranno di avere presto un progetto autonomo e concreto su come sfidare le destre, continueranno a subire il disturbo di populisti e neocentristi e il teatrino delle opposizioni in guerra tra di loro resterà la migliore assicurazione per Meloni.

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