Auto elettrica: la competitività che abbiamo

Federico Fubini Corriere della Sera 17 febbraio 2023
Auto elettrica: la competitività che abbiamo
La morte dell’industria italiana per mano di una direttiva europea non è ineluttabile. L’Italia ha aziende di primo livello, ma vanno sostenute. Le scelte del Pnrr e quelle sulla forza lavoro

 

In provincia di Brescia c’è una piccola azienda familiare, la Amx Automatrix, che ribalta tutti i cliché italiani sull’auto elettrica. Invece di dipendere dalla Cina, sono le case automobilistiche cinesi che dipendono da lei. Invece di vedere un calo dei fatturati e dei posti al cambiare della tecnologia, vede aumenti di ricavi a doppia cifra ed è sempre in cerca di nuovi addetti. E invece di attendere le direttive di Bruxelles, dal 2015 ha intuito che l’elettrico avrebbe comunque conquistato il mercato e ha sviluppato tecnologie uniche per approfittare della trasformazione invece di subirla.

Amx faceva sistemi di assemblaggio per auto tradizionali. Ora fa macchine che fissano sui motori elettrici dei chip piccoli alcune frazioni di millimetro grazie a una pressione di decine di tonnellate e con una precisione misurata in micron. Da Gavardo, 12 mila anime in provincia di Brescia, fornisce le grandi case dell’auto in Germania, Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan.

Dunque la morte dell’industria italiana per mano di una direttiva europea sull’auto elettrica non è ineluttabile. Non per tutti. Non se ci si concentra sulle opportunità che qualunque fase di passaggio apre anche nella destabilizzazione di ciò che c’era prima. Si può sicuramente dubitare della saggezza di tanti aspetti delle politiche europee per il clima e di uno su tutti: l’Unione europea rappresenta meno del 9% delle emissioni globali, mentre Cina e Stati Uniti insieme pesano per quasi la metà; oltre che cercare di dare il buon esempio, che di rado funziona nei rapporti di potere internazionali, l’Europa potrebbe cercare di aprire e mediare un negoziato a tre con Pechino e Washington. Sarebbe probabilmente più efficace per il clima.

In ogni caso, i fatti sul terreno restano. Siamo entrati in una rivoluzione elettrica che oggi tocca l’auto, ma presto investirà i mezzi agricoli o i dispositivi domestici. Non basta prendersela con Bruxelles o con la Cina (che ha imposto obblighi simili a quelli europei con anni di anticipo), perché è il mercato ad andare in quella direzione. Sono le preferenze di centinaia di milioni di consumatori nel mondo e presto, con il calo dei costi, di miliardi. Le tecnologie alternative – biocarburanti, idrogeno – stanno perdendo semplicemente perché per il momento non sono considerate attraenti.

Questo punto di svolta ci riporta ad altri della nostra storia. Dal 1980 il mondo visse le prime ondate di tecnologia digitale e nuovi progressi dell’automazione – grazie all’uso sempre più ampio dei chip – e l’Italia ci arrivò impreparata. Non per niente da allora al 2019 il Paese ha perso, a ritmo costante, oltre 70 punti percentuali di produttività sulla Germania (cioè di capacità di creare valore con una certa quantità di lavoro) e una trentina su Francia e Spagna.

La novità di questi ultimi anni però è che, appunto, il declino industriale non è affatto inarrestabile. È vero il contrario: certe aree del Paese stanno diventando sempre più competitive e lo dimostrano. Dal 2014, dopo la drammatica selezione imposta dalla crisi finanziaria, interi settori dell’economia italiana registrano regolarmente ritmi di aumento della produttività superiori alle medie dell’area euro e, in alcuni casi, superiori anche a Francia, Germania e Spagna simultaneamente. La banca dati di Eurostat mostra per esempio che questo accade in segmenti vitali come la produzione di macchinari e veicoli, di mobili o nel riparo e installazione di macchinari industriali. E vanno meglio delle medie europee anche altre aree nevralgiche, dall’elettronica alla logistica.

Certo, poi c’è sempre un’Italia che continua a perdere terreno sull’Europa in gran parte dei servizi: telecomunicazioni, attività professionali, servizi urbani, turismo. Ma la narrazione della decadenza e la retorica della recriminazione per le regole europee, quando si tirano le somme, non tengono. Da quando c’è l’euro l’Italia è cresciuta di appena lo 0,2% all’anno e così hanno fatto i consumi e gli investimenti, ma l’export è cresciuto dodici volte più veloce del resto dell’economia. È passato dal pesare un quinto a oltre un terzo del fatturato del Paese, una trasformazione strutturale profonda. Se l’intera economia italiana fosse cresciuta come l’export, oggi sarebbe del 10% più grande dell’economia francese (e invece è del 40% più piccola).

La domanda giusta dunque non è come si ferma il mondo, perché noi vogliamo scendere. Dobbiamo invece chiederci come far leva sui nostri punti di forza perché, per effetto di propagazione, quelli rafforzino anche il resto del sistema. Qui qualche indizio qui lo dà l’Inflation Reduction Act, il pacchetto di sussidi da centinaia di miliardi di dollari con cui la Casa Bianca vuole far crescere l’industria delle tecnologie verdi in America. Quei sussidi sono in buona parte crediti d’imposta al 40% alle imprese che investono in produzione di strumenti per l’energia pulita, trasporto, innovazione. Se l’Italia usasse in modo simile ampie parti del suo Piano nazionale da circa 200 miliardi – ora che Bruxelles apre agli aiuti di Stato e alla riscrittura dei progetti – avremmo molti vantaggi in un colpo solo: gli investimenti pubblici verrebbero moltiplicati da quelli privati che vanno con essi; la parte meno efficiente del Paese (la pubblica amministrazione) sarebbe in gran parte guidata nelle scelte dalla quella più efficiente (le imprese innovative); il denaro sarebbe assorbito rapidamente, senza passare dalle tortuose procedure dei bandi pubblici.

Serve però un coraggio che di rado i politici, di qualunque parte, dimostrano: lasciarsi disintermediare dai privati nella distribuzione dei fondi. Così come serve coraggio per affrontare l’altro grande tema che si profila. Dal 2017 al 2021 l’Italia ha perso un milione di persone dalla sua forza lavoro. Per gli effetti della demografia e dell’emigrazione dei giovani, o persino degli stranieri, continuiamo a perderne 300 mila all’anno. Per molte imprese nel Nord Est la carenza di manodopera sta diventando un ostacolo alla crescita del fatturato, dunque un freno al prodotto interno lordo del Paese. Presto alcune aziende decideranno di delocalizzare in altri Paesi non per trovare lavoratori a basso costo, ma lavoratori tout court. Servono certo politiche della natalità, ma non produrranno effetti prima dei prossimi trenta o quarant’anni. Per l’immediato, urge una crescita fortissima del ruolo delle donne nel mondo del lavoro. E presto saranno tanti elettori del centrodestra nelle aree più dinamiche d’Italia a chiedere anche una riflessione sul modello tedesco: un’immigrazione economica ben selezionata, con un’operazione da sistema-Paese finalmente maturo.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.