Putin, il discorso di un leader all’angolo, il socio debole di Pechino

Anna Zafesova La Stampa 22 febbraio 2023
Putin, il discorso di un leader all’angolo: parla il socio debole di Pechino
Nazionalisti delusi: niente annunci roboanti, come la sperata annessione della Bielorussia. Al Cremlino è il momento dei moderati, in attesa del piano di pace cinese per salvare la faccia

Durante il discorso di Vladimir Putin al parlamento la platea di ministri, deputati e generali lo ha interrotto con un applauso 53 volte, di cui quattro volte con una ovazione in piedi. Non tantissimo, per un discorso così atteso e così temuto, anche perché a lungo rinviato: nonostante fosse un preciso obbligo costituzionale del presidente russo, il suo appello alle camere riunite nel 2022 non è stato pronunciato. Anche la data scelta, due giorni prima della festa delle forze armate e tre giorni prima dell’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, faceva pensare all’imminente annuncio di una strategia nuova, di una svolta cruciale nella guerra.

Alla vigilia, i cremlinologi russi facevano scommesse su una serie di scenari uno più inquietante dell’altro: una nuova chiamata alle armi dei russi, la proclamazione della legge marziale, l’introduzione dell’economia di guerra o l’annuncio di una ennesima offensiva russa. Tra le ipotesi più gettonate c’era anche quella che Putin avrebbe promesso di annettere alla Russia la Bielurrusia, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia (le ultime due sono territori della Georgia, sotto il controllo di Mosca dopo la guerra del 2008), per accontentare le aspettative imperialiste dei russi delusi dal fatto che l’Ucraina non sia ancora stata conquistata. E tutti erano concordi che avrebbe dato una linea chiara su quella che dopo un anno ormai è chiaramente non più una “operazione militare speciale”, ma una guerra devastante.

Nessuna di queste previsioni si è avverata. Per quasi due ore Putin ha ripetuto le ormai classiche accuse verso l’Occidente, in particolare gli Usa e la Nato, che avrebbero spinto l’Ucraina ad attaccare la Russia: «Sono stati loro ad aprire la guerra, noi usiamo la forza per ripristinare la pace». Come sempre, il presidente russo ha dedicato parecchio spazio a esporre la sua visione della storia, secondo la quale il progetto di staccare «le storiche terre russe» dell’Ucraina era nato «già nell’800 nell’impero Austro-Ungarico», e che «l’Occidente ha aperto le porte alla Germania nazista» sempre allo scopo di «distruggere la Russia». Putin si anche è dilungato sul «degrado e la depravazione» di un Occidente nel quale, almeno nel suo immaginario, «la pedofilia viene dichiarata normale», i bambini vengono «sottoposti a perversioni e sevizie», e mentre i sacerdoti «vengono costretti a celebrare i matrimoni omosessuali» le chiese europee stanno cercando «un dio gender-neutral», e altre rivelazioni più adatte a una pagina di cospirazionisti su Facebook che al leader di una delle potenze mondiali.

La bomba, in senso letterale, è arrivata negli ultimi minuti del discorso, quando – dopo aver promesso aumenti di salario minimo, agevolazioni per le famiglie e un welfare speciale per i militari – il leader russo ha annunciato di sospendere il trattato New Start, l’ultimo chiodo sul quale era appeso il sistema di sicurezza strategica russo-americano dopo i colpi dati da Trump e Putin. Rinnovato in extremis pochi giorni prima della scadenza all’ingresso di Joe Biden alla Casa Bianca, l’accordo prevede un tetto agli arsenali russo e americano di 1500 testate nucleari, e soprattutto controlli reciproci dei siti atomici. Controlli che Washington aveva già rivelato essere stati interrotti dai russi mesi fa, forse anche per impedire agli americani di stimare le reali potenzialità dell’arsenale del Cremlino. Putin ha anche minacciato di riprendere i test nucleari «se lo faranno gli Usa». Ma subito dopo il ministero degli Esteri russo ha chiarito che la sospensione del trattato è «totalmente reversibile» e che la Russia continuerà comunque a rispettare il tetto al suo arsenale nucleare almeno fino alla scadenza del documento nel 2026.

In altre parole, è una minaccia – condannata subito da diversi governi e dall’Onu – che contiene un invito a negoziare, e si tratta anche di una minaccia piuttosto prudente, rispetto a quelle che normalmente lanciano i propagandisti russi. La decisione di Putin di non annunciare nuove iniziative militari potrebbe essere frutto della consapevolezza di non avere molte risorse – economiche, umane, politiche – a disposizione, ma potrebbe anche significare un passo indietro. I falchi non sembrano più di moda: ieri alla sontuosa cerimonia del discorso del presidente mancavano sia i generali Gerasimov e Surovikin, rispettivamente l’attuale e il precedente comandante dell’invasione in Ucraina, e soprattutto brillavano per la loro assenza il leader ceceno Ramzan Kadyrov e il capo del gruppo Wagner Evgheny Prigozhin. Quest’ultimo ha anche osato dichiarare al media di non aver guardato il discorso di Putin in televisione perché «impegnato nella zona dei combattimenti», dopo aver lanciato accuse violente al ministero della Difesa russo di non dare ai suoi mercenari le armi necessarie.

Al Cremlino non sempra più l’ora dei falchi, e questo potrebbe essere dettato da scontri interni al regime come a condizionamenti esterni: ieri a Mosca è arrivato Wang Yi, il responsabile della politica estera del partito comunista cinese. È la prima visita di un alto funzionario di Pechino dopo l’inizio della guerra, e secondo il Wall Street Journal potrebbe essere finalizzata a preparare un viaggio a Mosca di Xi Jinping. Wang Yi avrebbe portato a Putin il piano di pace cinese di cui tanto si parla negli ultimi giorni, e ieri ha dichiarato che le relazioni russo-cinesi sono «solide come una roccia». Ma se Putin accettasse un piano di pace made in China, agli occhi del mondo – e dei suoi sostenitori – diventerebbe definitivamente un junior partner di Xi, e non più il leader della rivolta contro l’Occidente quale ha cercato di proporsi anche nel suo discorso di ieri.

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