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Marco D'Eramo La trappola dell'austerità il pil mondiale |
Nel medioevo la terapia più accreditata per guarire i malati gravi era il salasso, che i cerusici
praticavano con entusiasmo. La cura riusciva anche se di solito il paziente
moriva. Che i politici di Europa e Stati uniti si comportino come medici di
Molière è da tempo sotto gli occhi di tutti. E tutti possono constatare quali
rovinose conseguenze hanno le misure di austerità imposte con la forza (del
credito) a Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia dai banchieri, da
Angela Merkel e Nicholas Sarkozy. Questi tagli decurtano la capacità di
spendere nei popoli cui sono inflitti. Minore spesa significa meno beni
prodotti o in commercio. Quindi meno posti di lavoro. Quindi ancora minore
domanda in una spirale recessiva. E per di più, minori redditi generano meno
entrate fiscali, quindi in fin dei conti il rigore accresce il disavanzo
pubblico invece di sanarlo: più sono austeri, più gli stati devono ricorrere
all'indebitamento. L'austerità funziona esattamente da salasso sul corpo
economico delle nazioni. Se ne è accorto ieri anche il New York Times
che in un editoriale ha giudicato controproducente il rigore fiscale che
infiamma i dirigenti politici europei e statunitensi definendo «punitive» le
misure imposte ai paesi debitori. A preoccupare di più è l'arrestarsi della locomotiva tedesca, la cui economia aveva finora
trainato l'Europa: nel secondo trimestre è cresciuta solo dello 0,1% .
Nell'economia tedesca la voce più importante dell'export è costituita dalle
macchine utensili: non solo o non tanto Mercedes, quanto robot per le catene di
montaggio. La Germania frena non solo perché il mercato europeo delle auto
tedesche si è ridotto proprio a causa delle politiche di austerità imposte da
Francoforte e Berlino, ma perché la «fabbrica del mondo», la Cina, ha ordinato
meno macchinari per la produzione industriale. E comunque, persino la Cina non avrebbe mai la dimensione sufficiente a far ripartire da sola
l'economia mondiale. Troppo spesso si dimenticano alcuni numeri chiave. Per
quanto sia «la seconda potenza economica mondiale», nel 2010 la Cina ha generato
un Prodotto interno lordo (5.900 miliardi di dollari) pari a circa un terzo del
Pil dell'Unione europea (16.300 miliardi), mentre la sua popolazione (1,340
miliardi di abitanti) è più di due volte e mezzo quella dell'Ue (502 milioni).
Detta in altro modo: la Germania ha un Pil (3.300 miliardi) che è più della
metà di quello cinese, con una popolazione 16 volte più piccola. Non ci sono soluzioni indolori a questa situazione, che però si è profilata come esito finale di un
quarantennale processo mondiale di dislocazione industriale. La logica di
questa dislocazione è stata quella di rompere il «circolo virtuoso» di Henry
Ford che nel 1910 introdusse la prima catena di montaggio moderna (cioè
accrebbe a dismisura la produttività del lavoro) e insieme aumentò di botto i
salari ai suoi operai perché potessero con il loro reddito permettersi di
comprarsi le utilitarie modello T che producevano. Nel processo di
delocalizzazione, spostare una fabbrica da Flint (Michigan) a Nuevo Laredo, ha
il vantaggio che che gli operai messicani vengono pagati così poco che non
potranno mai permettersi di comprare le auto che producono. Una vera soluzione esige quindi l'equivalente di Bretton Woods (l'accordo del 1944 che per i
successivi 27 anni garantì la stabilità finanziaria planetaria), anzi qualcosa
di ancora più impegnativo, e cioè un riassetto della divisione internazionale
del lavoro. Ma riordini di questa portata avvengono solo grazie a guerre (come
accadde per Bretton Woods). Sembra evaporato tutto l'afflato di un «governo
mondiale della crisi» che a fine del 2008 aveva animato i G20: da allora tutto
è tornato come prima, business as usual, in attesa del prossimo
disastro. |