| Guido Viale
La Grecia siamo noi
il manifesto
17 Febbraio 2012
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LA GRECIA SIAMO
NOI
EDITORIALE -
Guido Viale
A due anni dalla
denuncia dello stato comatoso delle sue finanze (ma gli interessati, in
Germania e alla Bce, lo sapevano da tempo: erano stati loro a nasconderlo) la
Grecia, sotto la cura imposta dalla cosiddetta Troika (Bce, Commissione europea
e Fmi) presenta l'aspetto di un paese bombardato: un'economia in dissesto;
aziende chiuse; salari da fame; disoccupazione dilagante; file interminabili al
collocamento e alle mense dei poveri; gente che fruga nei cassonetti; ospedali
senza farmaci; altri licenziamenti in arrivo; tasse iperboliche sulla casa e
sfratti; beni comuni in svendita. E ora anche una città in fiamme. Ma a
bombardare il paese non è stata la Luftwaffe, bensì il debito contratto e
confermato dai suoi governanti di ieri e di oggi nell'interesse della finanza
internazionale. Con la conseguenza che, a differenza di un paese uscito da una
guerra, in Grecia non c'è in vista alcuna "ricostruzione", o
"rinascita", "ripresa"; ma solo un fallimento ormai certo -
e dato per certo da tutti gli economisti che l'avevano negato fino a pochi
giorni o mesi fa - procrastinato solo per portare a termine il saccheggio del
paese e, se possibile, il salvataggio delle banche che detengono quel debito; o
di quelle che lo hanno assicurato. Le armi però c'entrano eccome. All'origine
di quel debito, oltre alla corruzione e all'evasione fiscale, ci sono le
Olimpiadi del 2004 (costate oltre un decimo del Pil) e l'acquisto di armi, che
la Grecia è costretta a comprare e pagare a Francia e Germania come
contropartita della "benevolenza" europea, per importi annui che
arrivano al 3 per cento del Pil. Quattro fattori, armi (come F135), Grandi
eventi (Olimpiadi o Expò, o Mondiali, o G8), evasione fiscale e corruzione che accomunano
strettamente Grecia e Italia. Ma non solo.
Nel pacchetto, il quinto in due anni, delle misure imposte alla Grecia -
liberalizzazioni di tariffe, mercati e lavoro, privatizzazioni dei servizi
pubblici, blocco delle assunzioni, definanziamento di scuole, ospedali,
Università, servizi sociali - c'è pari pari il programma del governo Monti
(anch'esso cucinato da Bce e Commissione europea). La Grecia è solo un anno più
avanti di noi sulla strada del disastro e Monti è il Papademos italico
incaricato di accompagnarvi l'Italia spacciandosi per il suo salvatore e
garantendone il saccheggio.
Aggiungi il patto di stabilità (Fiscal Compact) che impone di riportare il
debito di entrambi i paesi, ormai chiaramente in recessione, al 60 per cento
del PIL in regime di parità di bilancio, e avrete i termini di una politica
senza ritorno imposta da una classe al potere senza un'idea di futuro che non
sia la propria perpetuazione. Per loro contano solo i bilanci: tutto il resto
crepi! Quando l'Unione europea avrà tagliato gli ormeggi alla Grecia per
abbandonarla alla deriva, avrà messo il vascello in condizioni di non poter più
navigare per decine di anni.
Nessuno degli economisti entusiasti degli "sforzi" di Monti ha la
minima idea di come si possano raggiungere gli obiettivi del Fiscal Compact. E
allora? Il fatto è che per loro "non c'è alternativa"; perché non
sanno immaginare un futuro diverso dal presente: all'Università non lo hanno
studiato e non si sono dotati di strumenti per concepirlo (tranne che per le loro
carriere). "Non esiste un piano B per la Grecia, ha detto Draghi. Ma
nemmeno per l'Italia. Per questo Monti non è la soluzione, ma il problema.
Ma un "piano B" per l'Europa va messo a punto, e in fretta; perché
quello "A" è un strada senza uscita; e non si fa politica, né
opposizione, senza un'idea sul da farsi appena il contesto la renda plausibile.
E quel momento potrebbe essere vicino, perché il mondo sta cambiando in fretta.
Ma l'Italia non è la Grecia, ripetono i supporter di Monti. E perché mai?
Perché l'Italia ha un tessuto industriale robusto e perché è "troppo
grande per fallire". Due tesi per lo meno parziali. Neanche la Grecia era
priva di un tessuto industriale, anche se fragile, che le manovre deflattive
imposte dalla Troika hanno mandato in pezzi. Una vicenda attraverso cui erano
già passati anni fa - e per decenni - molti paesi dell'America Latina presi per
la gola dal FMI. Quanto all'Italia, un inventario dei danni prodotti dal
ventennio berlusconiano, non solo sullo "spirito pubblico" - e non è
poco - ma anche sul tessuto industriale non è ancora stato fatto. Ma accanto ad
alcune medie imprese che si sono ristrutturate ed esportano, tre dei maggiori
gruppi industriali (Fiat, Finmeccanica e Fincantieri) sono alle corde e nel
tessuto industriale residuo chiude una fabbrica al giorno. "Non si produce
più niente" ripetono coloro che guardano la realtà senza lenti deformanti.
Ma non è che tra un mese o tra un anno (o anche due) quelle fabbriche
riapriranno, gli operai ritorneranno al loro posto di lavoro e le aziende
riprenderanno a produrre come prima. Un enorme patrimonio di esperienze, di
professionalità, di knowhow, di attitudine all'innovazione e al lavoro di
gruppo viene disperso e scompare per sempre. Né ci sono in vista iniziative
imprenditoriali in grado di mettere al lavoro, avviandole dal nulla, nuove
produzioni, nuovi addetti e risorse gestionali in grado di riempire quei vuoti.
E quanto agli investimenti stranieri, sono bloccati dall'articolo 18, dalla
mancanza di infrastrutture come il Tav Torino Lione, dalle tasse troppo alte
che nessuno paga, o dalla corruzione e dalla burocrazia che il governo Monti si
è tirato in casa? BCE e governo Monti sono destinati a imprimere una
accelerazione decisiva al lungo declino dell'economia italiana.
In secondo luogo, se l'Italia è troppo grande per fallire, è anche - come ci
viene ripetuto spesso - "troppo grande per essere salvata". Qui sta
la sua forza e la sua debolezza. La debolezza è quel continuo richiamo a fare
"i compiti a casa" (un'espressione da deficienti) e a "cavarsela
da sola" (sulla base, però, dei diktat di altri). Un compito impossibile,
che i governi greci hanno già provato a svolgere nonostante la sua palese
assurdità. La forza sta nel fatto che se il governo Italiano non sarà in grado
di azzerare il deficit e dimezzare il debito, o anche solo di rifinanziarlo,
perché il suo PIL precipita, "salta" anche l'euro - il che, forse, è
già stato messo in conto. O verrà messo in conto tra poco - ma salta anche,
probabilmente, l'Unione europea e con essa l'economia di mezzo mondo. E forse
anche quella dell'altra metà. Non siamo più negli anni '30, quando la partita
si giocava tra cinque o sei Stati. Il circuito finanziario ha ormai coperto e
avviluppato l'intero pianeta.
Un piano B per l'Europa deve innanzitutto evitare un default disordinato (come
ormai viene chiamata la prossima bancarotta degli Stati a rischio di
insolvenza; e non sono pochi) e promuovere un "concordato
preventivo": cioè un accordo che dimezzi in modo selettivo i debiti pubblici
che non possono essere ripagati o che ne sterilizzi (con una moratoria delle
scadenze) una buona metà. Il che trasferirebbe l'insolvenza sulle banche,
costringendo anche la BCE e gli Stati più forti e arroganti a correre in loro
soccorso: con nazionalizzazioni, "bad bank" e separando finalmente il
credito commerciale dal pozzo senza fondo degli investimenti speculativi.
Quanti più saranno gli Stati a rischio che si impegnano su questa strada, tanta
maggiore sarà la forza per imporla.
Certamente, sia che l'euro venga conservato, sia che si torni alle vecchie
divise, il caos economico che incombe sul paese e sull'Europa è spaventoso; ma
non minore di quello in cui ci sta trascinando il tentativo di rinviare giorno
per giorno una resa dei conti. In tempi di crisi valutaria, ciò con cui
bisognerà fare i conti, a livello nazionale e locale, saranno gli
approvvigionamenti: innanzitutto quelli energetici e alimentari. L'unica
risorsa a cui attingere a piene mani nel giro di pochi mesi e pochi anni sono
risparmio ed efficienza energetica. La condizione di paese bombardato apparirà
allora in tutta evidenza: spente le luminarie che non servono per vedere ma per
farsi vedere; auto ferme e mezzi pubblici strapieni (scarseggerà il
carburante); orari cambiati per garantire il pieno utilizzo dei mezzi durante
tutto l'arco della giornata; conversione in tempi rapidi - come all'inizio di
una guerra - delle fabbriche compatibili con la produzione di impianti per le
fonti rinnovabili o di cogenerazione, di mezzi di trasporto collettivi o
condivisi a basso consumo; interventi sugli edifici per eliminarne la
dispersione energetica. ecc. Giusto quello che si sarebbe dovuto fare - e
ancora potrebbe essere fatto - in questi anni, con esiti economici certo
migliori. Lo stesso vale per l'approvvigionamento alimentare: occorrerà
restituire a ogni territorio la sovranità alimentare con un'agricoltura meno
dipendente dal petrolio e un'alimentazione meno dipendente da derrate
importate: una operazione da mettere in cantiere con una nuova leva di giovani
da avviare a un'attività ad alta intensità di innovazione e di lavoro che
potrebbe cambiare l'aspetto del paese. Analogamente occorrerà intervenire sul
patrimonio edilizio inutilizzato, sul ciclo di vita dei materiali (risorse e
rifiuti), su scuola, università, sanità con interventi che riducono gli sprechi
e producono occupazione di qualità. Ma soprattutto ci vorrà una revisione
generale degli acquisti quotidiani: spesa condivisa, rapporti diretti con il
produttore e Km0 (i GAS), riduzione degli imballaggi e del superfluo, ricorso
all'usato e alla riparazione e alla condivisione dei beni: tutti campi in cui
il sostegno di un'amministrazione locale conta molto. E tante altre cose simili
su cui occorre riflettere: sono tutti interventi da concepire, programmare e
gestire a livello locale - con la partecipazione diretta della cittadinanza
attiva - che potranno essere agevolati anche da un circuito parallelo di monete
garantite dalle autorità locali, come era avvenuto con successo in molti paesi
occidentali - compresa la Germania nazista - durante la grande crisi degli anni
'30. Fantascienza? Forse; comunque un programma meno irrealistico dell'idea di
affidare alla liberalizzazione dei servizi e dei rapporti di lavoro la ripresa
di una crescita che sottragga l'Italia al cappio del debito; e magari anche
alla crisi ambientale - ah! questa sconosciuta! - che investe il pianeta.
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