Stefano Rizzo,  22 luglio 2011

La locomotiva tedesca senza vagoni








Mondo ed economia     La Germania sta diversificando sempre più i propri investimenti e scambi commerciali verso i paesi dell'Europa dell'Est e verso i mercati asiatici. Gli investimenti delle aziende tedesche nei principali paesi europei e negli Stati Uniti sono diminuiti in media del 10 per cento con punte in meno del 17 per cento in Italia e del 33 nel regno Unito, mentre sono raddoppiati in Russia e aumentati di almeno la metà in Cina e in Brasile. E la tendenza è destinata a continuare

I mercati finanziari, le borse, gli esperti economici hanno salutato con favore la decisione presa giovedì nella riunione dei capi di stato e di governo di venire in soccorso del debito pubblico greco prossimo ormai alla bancarotta. Una decisione presa all'ultimo momento, dopo il lunedì nero delle borse e i rimbalzi dei giorni successivi e un istante prima che le agenzie di rating (che ancora non si sono pronunciate) si apprestassero a valutare quei titoli carta straccia provocando a cascata l'insolvenza della Grecia e il crollo della sua economia.

I termini della decisione non sono ancora del tutto chiari dal momento che si tratta di una bozza di intenti che verrà perfezionata nei prossimi giorni. Ma alcuni punti cruciali sono noti e sono quelli che hanno fatto tirare un sospiro di sollievo agli investitori e ai governanti europei: maggiori poteri di intervento al European Financial Stability Facility (EFSF, una sorta di Fondo monetario internazionale europeo), che è ora autorizzato ad acquistare i titoli di stato dei paesi in difficoltà, il prolungamento della scadenza dei titoli greci da sette anni e mezzo a quindici anni, la riduzione di almeno tre punti dei tassi di interesse, l'invito alle banche europee che detengono grosse quote del debito greco ad accettare "volontariamente" le perdite conseguenti alla riduzione dei tassi e al prolungamento della maturazione. Tutti questi provvedimenti dovrebbero mettere in sicurezza, almeno nel medio periodo, il debito greco e arrestare l'ondata speculativa che stava per abbattersi sugli altri paesi a rischio (Irlanda, Portogallo, Spagna), dando la possibilità al governo greco di applicare le misure di austerity già approvate per il risanamento dei propri conti senza lo spettro della bancarotta dietro l'angolo.

Ci si potrebbe chiedere come mai si è arrivati a questa decisione solo all'ultimo momento, mentre se fosse stata presa un anno fa, quando i termini della questione erano già ampiamente noti, avrebbe evitato dodici mesi di turbolenze dei mercati, di speculazioni e di instabilità politica. La risposta è a un tempo finanziaria e politica. Finanziaria perché le banche europee, soprattutto tedesche e francesi che detengono la maggior quota estera del debito greco, non volevano accollarsi le perdite di un suo deprezzamento. Politica perché la mancanza di una politica economica unica europea, vale a dire di meccanismi di regolazione e di intervento al di là dei famosi parametri di Maastricht, lasciava campo libero all' "egoismo" dei singoli paesi più propensi a soluzioni tampone che ad interventi strutturali e di lungo periodo.

A ciò si aggiungono i vincoli politici posti dagli elettori di Francia e Germania (ma non solo) nei confronti dei rispettivi governi prossimi ad elezioni perché non ricadesse su di loro il compito di "pagare le pensioni e finanziare le vacanze dei greci". Per più di un anno, mentre la speculazione infuriava su questo o su quello dei debiti sovrani a rischio, ci si è baloccati nella speranza che le politiche di austerità richieste dalle autorità europee fossero sufficienti a soddisfare i mercati e a evitare una crisi generalizzata. Il prezzo l'avrebbero pagato i greci e gli altri paesi del gruppo dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, forse Italia, Spagna) mentre le economie forti e virtuose d'Europa avrebbero potuto continuare sulla strada dello sviluppo senza il peso morto dei paesi a finanza leggera.

Evidentemente nei giorni scorsi ci si è convinti -- e a Bruxelles è stato ratificato -- che la caduta della Grecia prima e degli altri paesi dopo avrebbe trascinato tutta l'economia europea, a partire dalle banche e dalle istituzioni finanziarie, in una spirale inarrestabile di perdite, di fallimenti, di mancanza di liquidità, e di blocco degli investimenti. E si è finalmente deciso di intervenire. Vedremo quanto le decisioni prese serviranno a rimettere l'economia europea su più solide basi. Tutto dipenderà dall'autonomia e dalla capienza finanziaria del EFSF, vale a dire dalle sue concrete possibilità di intervento. Il prossimo cambio alla guida della Banca centrale europea, dove Mario Draghi sostituirà a giorni Claude Trichet, deve avere influito sul corso degli eventi, dal momento che in passato la BCE, riflettendo la politica del suo principale azionista, la Germania, era stata ostinatamente contraria all'acquisto diretto o indiretto di titoli del debito pubblico dei paesi maggiormente a rischio.

Ma oltre alle ragioni dette, ve ne è probabilmente un'altra meno contingente per spiegare il cambiamento di atteggiamento della Germania. Una ragione riconducibile ai grandi sommovimenti dell'economia mondiale. Per lungo periodo nel corso del dopoguerra gli Stati Uniti sono stati la "locomotiva d'Europa", nel senso che quando, dopo una crisi congiunturale, l'economia americana riprendeva a tirare aumentando i consumi interni e la domanda di beni dall'estero, era l'Europa a beneficiarne con conseguente aumento della produzione e, successivamente, anche dei consumi. Questa funzione di traino dell'economia americana si è venuta affievolendo progressivamente finché non è cessata del tutto nel corso degli anni 2000. Dopo le ristrutturazioni e le riforme degli anni '90 la Germania unificata ha ricominciato a crescere e la sua crescita ha rappresentato quel traino che in precedenza era stato degli Stati Uniti. Circa il 40 per cento delle esportazioni tedesche sono dirette verso i paesi dell'Europa occidentale così come una quota analoga delle importazioni. La conseguenza è che, stante il volume dell'economia tedesca, la prima in Europa e la quinta nel mondo, quando cresce la Germania crescono tutti i paesi europei. E questo vale particolarmente per la Francia, per il Belgio, l'Olanda, il Regno Unito e l'Italia che sono tra i suoi principali partner commerciali in Europa.

Adesso questo meccanismo, che per anni ha costituito il motore dell'intera area economica europea, sembra entrato in crisi. Ormai da due anni la crescita tedesca superiore al 3 per cento del PIL non ha stimolato un'analoga crescita delle economia europee, che ristagnano intorno all'uno per cento. La ragione è che la Germania sta diversificando sempre più i propri investimenti e scambi commerciali verso i paesi dell'Europa dell'Est e verso i mercati asiatici. Negli ultimi venti anni le esportazioni in Europa sono aumentati dell'80 per cento, mentre in Russia e in Polonia sono più che raddoppiati e in Cina sono sestuplicati. Gli investimenti delle aziende tedesche nei principali paesi europei e negli Stati Uniti sono diminuiti in media del 10 per cento con punte in meno del 17 per cento in Italia e del 33 nel regno Unito, mentre sono raddoppiati in Russia e aumentati di almeno la metà in Cina e in Brasile. E la tendenza è destinata a continuare.

Il significato di tutto ciò è semplice e aiuta anche a capire la decisione presa a Bruxelles ieri: la Germania ha finito col fare buon viso al cattivo gioco europeo perché in termini economici l'Europa conta per lei di meno e conterà sempre di meno nei prossimi anni. I mercati di investimento per le sue aziende e le sue banche saranno sempre di più quelli est-europei e asiatici. Saranno questi e non l'Europa a costituire in futuro il motore della sua economia. Staccati i vagoni europei, la locomotiva tedesca correrà più veloce sulle pianure dell'Asia senza doversi preoccupare troppo dei debiti del vecchio continente.