Se la sinistra è quella dell’agenda Draghi o in lotta per superare la soglia del 3%

Norma Rangeri il Manifesto 27 settembre 2022
La sinistra impari la lezione
C’è una radicale, profonda iniquità in questa nuova fotografia elettorale del Paese: è la legge con la quale sono stati chiamati al voto oltre 50 milioni di italiani. È utile ripeterlo finché non ci sarà modo di cambiarla

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Il Pd ha favorito la Meloni. Salvini una sorpresa

 

Giuseppe Salvaggiulo La Stampa 27 settembre 2022
Alessandra Ghisleri: “Il Pd socio occulto dei rivali, così ha regalato consensi. Il flop leghista una sorpresa”
La direttrice di Euromedia: «Fdi cresciuta dopo la caduta di Draghi. Conte ha mobilitato la sua tifoseria, il Terzo Polo non ha deluso»

 

Alessandra Ghisleri, a luglio stimavate il 40% di indecisi o potenziali astenuti. Molti obiettavano che alla fine l’affluenza avrebbe tenuto.

«Invece non ha votato oltre il 36% degli elettori. I partiti non sono riusciti a convincerli. È il primo, importante cambiamento. Rispetto a cinque anni fa, mancano all’appello circa 4,5 milioni di elettori. Significa che c’è un gap importante tra la politica – pardon, tra i politici – e il territorio. Contano le modalità di scelta dei candidati, la distrazione degli elettori, l’autoreferenzialità dei discorsi dei leader… insomma una complicità di effetti».

C’era la sensazione che molti elettori non conoscessero nemmeno i nomi dei candidati nel collegio.

«Stiamo rilevando il voto al partito e quello al candidato. La campagna elettorale è stata indicizzata sui leader, minore rilevanza hanno avuto i candidati territoriali, il rapporto si può stimare 8 a 2».

Il trionfo di Giorgia Meloni era previsto anche nelle proporzioni?

«Nelle nostre ultime rilevazioni, alla stima mediana del 24,7% si registrava sempre una quota di reticenti a dichiarare il voto di un valore compreso tra il 2% e il 3%. Quando la campagna è così impuntata sulla controparte, spesso ci si sente in imbarazzo a dichiararsi per timore di essere giudicati».

Quando è cresciuta Giorgia Meloni?

«A maggio era al 22,5%. Il 22 luglio, sciolte le Camere, al 23,5%. Poi comincia a crescere, lentamente ma progressivamente».

Da dove arriva la sua onda elettorale?

«Rispetto alle politiche del 2018 ha 5,7 milioni di voti in più; rispetto alle europee del 2019 sono 5,4 milioni. Rispetto alle politiche del 2018 Salvini ha perso 3,2 milioni di voti, mentre Forza Italia 2,3 milioni. Il voto si è redistribuito all’interno della coalizione di centrodestra. Solo una quota minoritaria è arrivata da “fuori”. Se osserviamo infatti il dato dell’evoluzione della coalizione di centrodestra in questi passaggi elettorali, da circa 12 milioni di voti del 2018 ci troviamo – a scrutinio non ancora terminato – ancora a 12 milioni, voto più voto meno».

E rispetto alle europee?

«Mancano ancora all’appello 932 mila di voti. In tutto questo possiamo dire comunque che Forza Italia ha tenuto. Infatti rispetto al 2019 ha perso solo 67 mila voti. Il suo rimane un consenso robusto».

 

E il centrosinistra?

«Alle politiche del 2018 aveva ottenuto circa 8,3 milioni di voti. Alle europee 2019 invece 7,9 milioni. Il dato di oggi ci riporta un valore intorno a 7,2 milioni. È una lenta ma inesorabile perdita. Il Pd sacrifica la sua massa elettorale, da anni, a beneficio di altri partiti. È un formidabile donatore di sangue elettorale».

Colpa di Letta?

«Non solo. Dal famoso 40,8% di Renzi nel 2014, il Pd ha perso quasi 5 milioni di voti. È il principale socio occulto degli altri partiti. Alleati e avversari».

E Conte?

«Nel 2018 il M5S aveva 10,7 milioni di voti, un anno dopo alle europee 4,5 milioni. Oggi 4,2 milioni. Perde ancora, ma ha mobilitato il suo “zoccolo duro”, la sua tifoseria. Conte prende il M5S al 12,3% ad aprile. Il 22 luglio, allo scioglimento delle Camere, è al 14%. Cala all’inizio della campagna elettorale, fino al 12,5% di fine agosto. Poi comincia la sua risalita ed è qua che abbiamo registrato il sorpasso nei confronti della Lega di Salvini. Con una forbice progressiva nei confronti della Lega culminata col risultato elettorale».

Perché è fallita la strategia del Pd anti Conte?

«Conte si è trasformato da alleato in competitor del Pd, peraltro efficace. Rimanendo nella coalizione di centrosinistra, probabilmente la sua forza si sarebbe annacquata. Da solo è riuscito a valorizzare gli elementi identitari, peraltro dopo una scissione importante. Il Pd di Letta aveva come obiettivo di polarizzare lo scontro politico con Meloni. E invece si è trovato contro tutti: centrodestra, Conte, Terzo Polo».

Il Terzo Polo ha deluso?

«No. Ha raccolto quasi 2,2 milioni di voti. Il confronto con il passato è impossibile, perché Azione e Italia Viva si sono presentati per la prima volta e insieme. Nei nostri sondaggi il loro consenso è cresciuto dal 4,5% di metà luglio al 6,1% di inizio agosto, fino al risultato di domenica».

C’è una sorpresa nei dati reali rispetto alle vostre previsioni?

«In parte il dato di Salvini. La discesa era registrata da tempo, tuttavia il presidio del territorio da parte della Lega avrebbe potuto mitigarla. Invece malcontento e scarsa partecipazione al voto l’hanno enfatizzata».

Quando è franato Salvini?

«A fine aprile era testato al 16%. Da allora è stata una lenta, ma progressiva discesa».

Come mai Conte beneficia di aver fatto cadere Draghi, Salvini no?

«In queste performance la caduta del governo Draghi c’entra relativamente».

 

Chi farà La finanziaria? E superbonus e R.diC. saranno toccati?

Francesco Verderami Corriere della Sera 27 settembre 2022
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Tommaso Labate Corriere della Sera 27 settembre 2022
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