Xi Jinping, la Nato è una sfida sistemica alla pace e alla stabilità

Lorenzo Lamperti il Manifesto 1 luglio 2022
Sfida sistemica? Xi non ci sta «È la Nato la vera minaccia»
Mentre cresce la tensione tra Oriente e Occidente, il presidente va a Hong Kong per incoronare il nuovo governatore, quel John Lee che guidò la repressione delle proteste

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Biden chiarisce l’Europa e la Nato di cui ha bisogno, Zelensky chiede 5 miliardi al mese

Alberto Simoni La Stampa 30 Giugno 2022
L’ombrello americano, la visione del presidente Biden per il futuro dell’Europa
Più uomini, aerei, navi, un nuovo centro di comando in Polonia.
Gli Usa guidano la nuova Nato contro la «minaccia russa»
La Russia «è una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità» mentre la Cina resta ancora al di qua della definizione di avversario ma rappresenta una «sfida agli interessi, alla sicurezza e ai valori» dell’Occidente. L’Alleanza atlantica riunita al summit di Madrid ha varato il nuovo “Strategic Concept” che aggiorna quello del 2010 e aperto la strada all’ingresso di Svezia e Finlandia nel club dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan martedì ha tolto il veto.

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Quanto durerà l’inflazione? Krugman dice poco

Paul Krugman La Stampa 27 Giugno 2022
Il sado-monetarismo e il boom inflazione
Il sado-monetarismo sta vivendo una popolarità considerevole. Uno dei rischi maggiori con cui deve vedersela l’economia degli Stati Uniti è che il sado-monetarismo avrà un’influenza eccessiva sulla politica.

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L’Europa è ad una svolta, solo la Francia può assumere l’iniziativa

Romano Prodi Il Messaggero 26 giugno 2022
Il ruolo della Francia​ nella nuova politica UE

 

La guerra di Ucraina continua con le sue crudeltà e le sue sofferenze. Da qualche settimana sembra entrare in una fase di stallo, quasi una guerra di trincea in cui gli eserciti si fronteggiano con estrema durezza, ma con scarsi movimenti sul territorio.

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G7 e Nato, i leader dimezzati non piegano la Russia nè intimidiscono la Cina

Guido Moltedo il Manifesto 26 giugno 2022
Il vertice G7, la vetrina delle debolezze alla prova della guerra ucraìna
In un mondo normale le due assisi internazionali dovrebbero lavorare alla exit strategy dal conflitto. Arrivano provati i leader occidentali ai due vertici che difficilmente potranno rivelarsi utili per recuperare terreno nei sondaggi interni. Nessuno di loro è «padrone», neppure a casa propria leggi tutto

Il dubbio di Quirico: in occidente comandano le passioni o gli interessi?

Domenico Quirico La Stampa 25 Giugno 2022
Zelensky vince la guerra delle emozioni, ma per l’Occidente è un boomerang
Così il leader ucraino ha trasformato un conflitto locale in un confronto allargato tra Nato e Russia

Dove sta la genialità dell’omaggiatissimo Zelensky? Che cosa ci ha stregato tanto da affidargli una delega in bianco: decida lui quale deve essere la pace che lo accontenta? È forse un condottiero impavido? Un politico implacabile? Un democratico senza macchia e senza paura? Niente affatto. Il suo colpo di genio è nell’aver compreso che nel ventunesimo secolo i popoli, e i loro leader a rimorchio, seguono più le passioni che gli interessi. leggi tutto

Il Brics può fare a meno dell’occidente

Alberto Negri il manifesto 25 giugno 2022
Perché il Sud del mondo non è allineato all’Occidente
Il vertice dei Brics in Cina sancisce la nuova forma di non allineamento: emerge che l’isolamento della Russia, pur considerata aggressore dell’Ucraina, è solo occidentale

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Benzina e Gas, Biden e Scholtz ora hanno la guerra in casa

Francesco Guerrera La Repubblica 24 GIUGNO 2022
La guerra ci entra in casa

 

Dal termosifone alla benzina, le conseguenze ora saranno tangibili

La guerra in Ucraina sta per entrare nelle nostre vite. Non sui nostri schermi, o sulle pagine dei giornali, dove l’orrore del conflitto scatenato da Vladimir Putin risiede da tempo. leggi tutto

Johnson: Crisi energia, inflazione, cibo, noi non fermeremo la guerra

Luigi Ippolito Corriere della Sera  23 giugno 2022
Intervista a Boris Johnson: «No a una cattiva pace per l’Ucraina: l’Occidente
non ceda alla fatica della guerra. Putin deve fallire»
Il premier britannico: «Gli ucraini non accetteranno un conflitto congelato nel quale lo zar è in grado di continuare a minacciare ulteriore violenza e aggressione. Bisogna tornare ai confini di prima del 24 febbraio».

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L’assillo di Panebianco, l’esito della guerra determinerà le sorti del conflitto con i putiniani interni

Angelo Panebianco Corriere della Sera 22 giugno 2022
Democrazia e politica: esiti imprevisti della guerra

 

La politica italiana sarà spinta in una direzione o nell’altra a seconda dell’esito dello scontro, ma le armi russe hanno contribuito a rafforzare l’identità collettiva di Kiev
Non sappiamo come e quando finirà la guerra. I suoi esiti incideranno non solo, come è ovvio, sugli equilibri internazionali ma anche — il che è meno ovvio — sugli equilibri interni delle democrazie europee.

L’Italia è, insieme alla Francia (che però dispone di più solide istituzioni), la più esposta. Per la presenza, numerosa e rumorosa, dei nemici di quello che essi considerano l’impero del Male (gli Stati Uniti). Se una democrazia non è una grande potenza, se non può plasmare il contesto internazionale, allora è quel contesto a condizionare i suoi equilibri interni.
Ad esempio, dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti forgiarono , alla luce dei propri valori e interessi, in competizione con l’Unione Sovietica, l’ordine internazionale. Le democrazie europee vi si adattarono ottenendo stabilità, sicurezza e benessere. È possibile che la guerra in Ucraina duri a lungo. Ma un giorno le armi, almeno per un po’, taceranno. E si farà un primo bilancio. Ci sono tre possibilità. La prima è che l’Ucraina, anche senza recuperare tutti i territori che la Russia ha conquistato, risulti vincitrice. Per essere ancora uno Stato sovrano che ha resistito con successo al piano di Putin di cancellarla dalla carta geografica. Per avere avuto la capacità di sconfiggere il progetto neo-imperiale russo. La seconda possibilità è che l’Ucraina, pur esistendo ancora, almeno nominalmente, sia ridotta al lumicino,magari senza più accesso al mare, destinata solo a sopravvivere grazie ad aiuti occidentali. La Russia sarebbe riconosciuta vincitrice. Moldavia, Polonia e baltici avrebbero ragione di tremare.

La terza possibilità è uno stallo, una condizione senza chiari vincitori . Ne deriverebbe una tregua destinata, prima o poi, ad essere infranta. La nomenklatura russa non potrebbe tollerare per troppo tempo di non essere, inequivocabilmente, la vincitrice. Perché mai il gigante dovrebbe sopportare l’idea di non essere riuscito a ridurre in poltiglia coloro che considera insignificanti insetti?

Consideriamo le prime due possibilità e i riflessi sull’Italia. Una vittoria ucraina rafforzerebbe le posizioni politiche degli atlantisti. Una vittoria russa le indebolirebbe gravemente. Non tutti coloro che sperano in una sconfitta ucraina sono necessariamente putiniani. Ma tutti sono anti-americani. Pensano che una vittoria ucraina sarebbe una vittoria della Nato e degli Stati Uniti. Sognano un’Europa che, cacciati gli americani, si accordi con la Russia. È un gruppo variegato composto da pacifisti più o meno immaginari, putiniani, settori del mondo cattolico e altri ancora. L’avversione alla Nato è il fattore unificante.

Se vincerà l’Ucraina, gli atlantisti, Partito democratico, Fratelli d’Italia e forse anche — se emergerà — una formazione di centro, si rafforzeranno. Se vincerà la Russia saranno gli anti-atlantisti a rafforzarsi. Anche dentro il Pd e FdI. Forse gli stessi leader di quei partiti verranno contestati per la loro scelta atlantica dai rispettivi oppositori interni. Nel medio-lungo termine, l’assetto europeo che scaturirebbe da una vittoria dell’uno o dell’altro dei belligeranti inciderebbe sugli equilibri politici italiani.

Nelle divisioni sulla guerra si scorgono in controluce aspirazioni differenti sul futuro della democrazia. È vero che entrambi i fronti, atlantista e anti-atlantista, sono divisi al loro interno. Ma, paradossalmente, il fronte anti-atlantista è il più internamente coerente. Fra coloro che qui da noi puntano su un indebolimento del ruolo degli Stati Uniti in Europa — al pari di Mélenchon e di Le Pen in Francia — sono diffuse le preferenze per una società chiusa, fortemente controllata dallo Stato,scarseggiano gli amici della società aperta (all’iniziativa dei singoli) in quanto tale più compatibile con i caratteri fino ad oggi dominanti nella comunità euro-atlantica. Una società chiusa, anche se formalmente ancora democratica, non avrebbe difficoltà ad intendersi con la Russia di Putin.

Nel fronte atlantico c’è più eterogeneità. Vedremo se la combinazione di scelta atlantica e di successo elettorale nel Nord Italia spingerà FdI ad abbandonare la predilezione del passato per certi ideali statalistico-corporativi poco compatibili con le esigenze di una società libera e aperta. E vedremo se il neo-atlantismo del Pd contribuirà a ridurre lo spazio, dentro e nei dintorni del partito (vedi la Cgil), di posizioni anch’esse poco compatibili con quelle esigenze. Ma ciò precisato, non sembra implausibile che la politica italiana sia spinta in una direzione o nell’altra a seconda dell’esito della guerra.

C’è poi la terza possibilità:la guerra continua a lungo ed è seguita da uno stallo e dalla impossibilità di identificare un chiaro vincitore. In tal caso, il confronto fra atlantisti e anti-atlantisti di casa nostra non si fermerebbe.L’incertezza della situazione internazionale si riverberebbe su di noi accrescendo l’incertezza sul futuro della nostra democrazia.

Se fossero solo le «buone idee» e non anche le «buone armi» a fare vincere le guerre, e se fossero solo le buone idee a spostare in un senso o nell’altro gli equilibri all’interno di una democrazia, bisognerebbe dire che chi preferisce la società aperta, e quindi l’alleanza occidentale, è in vantaggio perché dispone di idee migliori. Gli antiamericani si appellano alla Storia (con la maiuscola) per spiegare all’opinione pubblica il perché della «complessità» della situazione ucraina e perché una secca sconfitta russa non sarebbe auspicabile. Parlano della storia nello stesso modo in cui ne parla Putin, come di una cappa, inesorabile e immutabile. Ma la storia così intesa non esiste. Esistono invece i processi storici, intessuti di continuità e di discontinuità. Quella ucraina non è una guerra civile. Perché gli ucraini esistono, sono una nazione indipendente e vogliono restarlo. Poiché le nazioni si formano sempre contro un nemico, Putin è riuscito a irrobustire il senso di identità nazionale ucraino, si è auto-sconfitto, ha contribuito, dal 2014 ad oggi, a falsificare la propria stessa idea secondo cui «l’Ucraina non esiste».

Per dire che ci sono buoni argomenti per confutare le tesi dei nostrani nemici dell’alleanza occidentale sull’Ucraina. E per dire che, per le stesse ragioni, c’è anche qualche motivo di ottimismo sulla guerra. Le armi russe difficilmente riusciranno a distruggere un’ identità collettiva che il sangue e i lutti hanno così potentemente rafforzato.