Lo scambio a cielo aperto tra Italia e Libia

A. Cell. Avvenire 28 gennaio 2023
Accordi. Meloni a Tripoli: gas e navi «anti-migranti», lo scambio fra Italia e Libia
La premier sigla con Descalzi, Eni, un’intesa “storica” con Noc. Cinque navi (finanziate dall’Ue) alla guardia costiera libica per il “controllo” dei dei profughi in fuga da violenze e fame

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Meloni a Tripoli tra i 2 fronti libici, salta l’incontro con Haftar

Marco Galluzzo Corriere della Sera 29 gennaio 2023
Meloni a Tripoli, i contatti con Haftar. Così il governo si è mosso sui due fronti libici
Il faccia a faccia tra la premier italiana e il generale sfumato all’ultimo minuto

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«Piano Mattei», la Libia come pompa di benzina

Alberto Negri il Manifesto 29 gennaio 2023
«Piano Mattei», la Libia come pompa di benzina
Non una parola sul fatto che, a più di 11 anni dalla uccisione di Gheddafi, la Libia non abbia mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati per l’ingresso legale delle agenzie Onu

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Chi comanda in Libia? I 5 candidati

Leonardo Martinelli La Repubblica 29 gennaio 2023
Dal figlio di Gheddafi ad Haftar il gioco a 5 attorno alle urne
Dovevano svolgersi il 24 dicembre 2021 le elezioni in Libia, legislative e presidenziali. Vennero annullate pochi giorni prima.

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Meloni in viaggio d’affari: siglato sul gas accordo da 8 miliardi

Luca Martinelli il Manifesto 29 gennaio 2023
Meloni in viaggio d’affari: siglato sul gas accordo da 8 miliardi
Intesa tra l’Eni e la Noc per l’estrazione di otto miliardi di metri cubi l’anno per i prossimi 25 anni a partire dal 2026

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L’Algeria è un alleato chiave con molti guai e punti oscuri

Davide Maria De Luca Domani 24 gennaio 2023
 
L’Algeria è un alleato chiave con molti guai e punti oscuri
Partner energetico cruciale ma neutrale sulla Russia, paese apparentemente stabile ma in mano a gruppi di potere in competizione, collaboratore nella lotta al terrorismo ma avversario di Israele.L’enigma di Algeri

 

 

«Chi comanda in Algeria?», si chiedeva no esperti e giorna listi quando nel 2019 una protesta popolare ha portato alle dimissioni del presiden te Abdelaziz Bouteflika, in teo ria al potere da quasi 30 anni ma che dopo un ictus da sei anni non si rivolgeva più in pubblico ai suoi cittadini. Ancora oggi, mentre Giorgia Me ioni incontra il nuovo presidente Abdelmadjid Tebboune per consolidare la relazione sempre più stretta tra i due paesi av viata un anno fa con la visita d C Draghi, la domanda è più importante che mai. Partner energetico fondamentale per l’Europa i ma rivale di un altro alleato chiave come il Marocco; paese apparentemente stabile, ma opaco nelle sue dinamiche; collaboratore nella lotta al terrorismo, ma neutrale sulla Russia ostile a Israele. Per i capi di governo dell’Europa mediterranea, l’Algeria è un enigma difficile da decifrare.

Le Pouvoir

Chi comanda in Algeria? La risposta che danno i suoi abitanti è piuttosto semplice: a comandare è le Pouvoir, il potere: un misterioso e non definito gruppo di militari, alti funzionari e politici spesso legati alla generazione che ha condotto la guerra di liberazione dalla Francia negli anni Sessanta. Gli accademici che studiano il paese, sostanzialmente concordano. L’Algeria è una “democrazia controllata” in cui le elezioni servono essenzialmente a decidere quale fazione dell’élite andrà al potere. Tra loro al massimo si dividono su dove risiede il vero potere, se tra i militari o nei circoli di funzionari non eletti. Le elezioni del 2019 che hanno portato alla vittoria di Tebboune, con oltre il 50 per cento dei voti su un’affluenza del 40, hanno fatto sperare per un breve periodo che le cose nel paese potessero cambiare.

Ma Tebboune, più volte ministro e primo ministro, si è confermato una figura organica a le Pouvoir e le sue promesse di riforme e di sostegno alla rivoluzione del 2019, che lo ha indirettamente portato al potere, si sono rivelate vuote. Con la scusa della pandemia il governo ha proibito proteste e manifestazioni, mentre giornalisti e dissidenti sono tornati a essere perseguitati. Una delle analisi più severe sulla situazione in Algeria è arrivata proprio in questi giorni dall’ex ambasciatore francese Xavier Driencourt, che in un articolo pubblicato su Le Figaro dal titolo «L’Algeria andrà a fondo, si porterà dietro la Francia nella sua caduta?», critica il riavvicinamento con il paese portato avanti da Emmanuel Macron e dal suo governo nell’ultimo anno.

«La “nuova Algeria”, secondo la formula in voga ad Algeri, si schianterà sotto i nostri occhi — ha scritto l’ex ambasciatore — Il regime ha mostrato il suo vero volto: quello di un sistema militare brutale, nascosto all’ombra di un potere civile».

Guerra e gas

La natura autocratica di un regime non ha mai impedito di farci affari in nome della realpolitik. E l’Algeria ha molto da dare all’Europa. Con lo scoppio della guerra in Ucraina e l’embargo alla Russia, i suoi giacimenti di gas e petrolio sono diventati una risorsa fondamentale. L’Italia è stato uno dei primi paesi a consolidare le sue relazioni con Algeri. Gli accordi avviati da Eni e consacrati da Mario Draghi l’anno scorso hanno portato a un aumento delle forniture di gas pari a nove miliardi di metri cubi nel biennio 20232024. L’Algeria è diventata così il principale fornitore di gas all’Italia e il secondo dell’intera Europa. Questo nonostante l’Algeria abbia mantenuto una posizione assolutamente neutrale sul conflitto in Ucraina. L’Algeria si rifiuta di condannare l’invasione Russia, che rimane uno dei suoi principali fornitori di armi oltre che un partner strategico. La sua è comunque una neutralità “reale”, non un sostegno mascherato, come hanno mostrato i risultati deludenti della visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ad Algeri la scorsa estate.

Negli Stati Uniti queste posizioni hanno spinto alcuni membri del Congresso a chiedere sanzioni nei confronti del paese, un risultato che però al momento sembra improbabile. Il dipartimento di Stato americano sa bene che con una mitologia nazionale e una legittimazione delle élite costruita tutta sulla lotta di liberazione dal dominio francesee la decolonizzazione, gli argomenti antieuropei — e antifrancesi in particolare—hanno ancora una forte trazione nel paese. E lo hanno ancora di più dopo le crescenti aperture occidentali nei confronti dello storico rivale di Algeri: il regno del Marocco.

Guerra e confini

La rivalità tra Algeria e Marocco ha raggiunto negli ultimi mesi un livello senza precedenti in epoca recente. In un’intervista la scorsa settimana il presidente francese Macron ha dovuto ricordare che «la tensione tra i due paesi è reale» e che vede tra alcuni attori un autentico «desiderio di ricorrere alla guerra» ma, ha aggiunto, che si rifiuta di credere che questa «possa diventare una realtà».

La rivalità tra i due paesi è di lunga data e oggi si incrocia con tutte le questioni più problematiche per la diplomazia internazionale: la gestione dei flussi migratori, la questione israelo palestinese, quella energetica e i rapporti con la Russia. L’origine del conflitto è una irrisolta questione territoriale che ha al centro il Sahara occidentale, un vasto territorio in gran parte disabitato stretto tra deserto e mare nel quale da tempo si ipotizza la presenza di importanti giacimenti di materie prime, dai gas al fosfato.

Gran parte del Sahara occidentale è di fatto amministrato dal Marocco (per questo a volte viene chiamato “l’ultima colonia” al mondo). Al governo marocchino si oppone il movimento Polisario degli Sharawi, gli abitanti della regione sostenuti apertamente dall’Algeria. Quella degli Sharawi è una vicenda che la presidente del Consiglio Meloni conosce bene,

avendo personalmente visitato i campi profughi in Algeria e avendo ricordato la loro lotta anche nel suo recente libro Io sono Giorgia. Da quando è arrivata al governo, Meloni non ha ancora confermato il suo sostegno agli Sharawi, e quindi all’Algeria, nella contesa. Ma visti i legami energetici tra Italia e Algeria, sostenere la loro causa al momento non appare in contrasto con i più immediati interessi politici italiani.

Algeria o Marocco?

A complicare il quadro c’è il fatto che diversi paesi europei nel frattempo si sono gradualmente spostati su posizioni sempre più filo marocchine. Lo scorso aprile, ad esempio, la Spagna ha ufficialmente appoggiato un piano di pace elaborato dal governo marocchino e respinto dal Polisario, suscitando razioni indignate tanto dei rappresentati degli Sharawi quanto di Algeri.

Un avvicinamento reso possibile anche dal ruolo chiave che il Marocco ha nell’intercettare i flussi di migranti diretti in Europa attraverso la Spagna. Il governo marocchino ha giocato abilmente le sue carte in un periodo in cui la rivale era presa dai problemi interni. La sua attività di lobbying in Europa è emersa nel corso del Qatargate, che visto il ruolo degli intermediari di Rabat alcuni sostengono dovrebbe chiamarsi Moroccogate.

Il governo di Rabat è riuscito anche in un abile manovra di avvicinamento agli Stati Uniti. Nel 2020 ha normalizzato le relazioni diplomatiche con Israele e ha ottenuto in cambio il riconoscimento da parte della presidenza Trump della sua sovranità sul Sahara occidentale (oltre che un contratto di vendita di droni e altre armi).

L’accordo con Israele, ha reso ancora più tese le relazioni con l’Algeria, che anche in virtù della sua forte tradizione anticoloniale, rimane uno dei paesi nordafricani più critici sulla situazione in Palestina. Infine, il Marocco ha preso una netta posizione sulla guerra in Ucraina, schierandosi con il blocco occidentale. Insieme alla Tunisia, è l’unico paese nordafricano che fa parte del “gruppo di contatto” con cui Nato e alleati coordinano l’invio di armi in Ucraina. Secondo diversi media, il Marocco ha inviato in Ucraina venti carri armati di produzione sovietica T72.

Con la crisi energetica in corso, Europa e Italia hanno poca scelta oltre a quella di rafforzare i legami con Algeri. Ma prevedere dove questo ci porterà e dove porterà l’Algeria resta molto più difficile da determinare.

 

 

L’Europa rischia l’esclusione dal grande gioco africano

Federico Rampini Corriere della Sera 24 gennaio 2023
L’Europa rischia l’esclusione dal grande gioco africano
Riaffiora la vecchia retorica antioccidentale. Ne approfittano la Russia e la Cina, facendo incetta di appalti

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