Per capitali e rendite è la stagione dei grandi saldi

Gaetano Lamanna il Manifesto 12 dicembre 2022
Per capitali e rendite è la stagione dei grandi saldi
A parità di reddito, i lavoratori dipendenti arrivano a pagare un’Irpef tre volte più pesante delle partite Iva. La tassazione disuguale fa il paio con l’autonomia differenziata. Una linea che considera immutabili i rapporti di classe, economici e di potere, sociali e territoriali


Malgrado l’inflazione colpisca in primis il potere d’acquisto di lavoratori dipendenti e fasce deboli, la prima legge di bilancio del governo Meloni inaugura i «saldi fiscali».

Non solo, dunque, tregua fiscale, generosi provvedimenti di condono e di rottamazione di cartelle esattoriali, ma sensibile riduzione dell’aliquota d’imposta (dal 26 al 14 per cento) sui redditi da capitale e sulle rendite finanziarie per quanti vorranno anticiparne il pagamento. Prezzi stracciati (aliquota all’8 per cento) anche per gli imprenditori che vorranno riportare in Italia gli utili realizzati all’estero. Sale da 65 a 85 mila euro, il regime forfettario del 15 per cento (impropriamente chiamato flat tax) per lavoratori autonomi e liberi professionisti. Insomma sconti e benefici per imprese, lavoratori autonomi e liberi professionisti.

A parità di reddito, i lavoratori dipendenti arrivano a pagare un’Irpef tre volte più pesante delle partite Iva. Una differenza di trattamento che non trova alcuna giustificazione giuridica e morale, ma solo politico-elettorale. Ai regali fiscali per una serie di settori e categorie corrispondono tagli al reddito di cittadinanza e alle rivalutazioni delle pensioni. «La disuguaglianza come bussola di Stato» (Michele Ainis, Repubblica).

Il sistema fiscale allarga iniquità e sperequazioni e suona il de profundis all’articolo 53 della Costituzione sulla progressività del prelievo. Il contributo all’Erario delle imprese, del lavoro autonomo e dei detentori di rendite è molto al di sotto della loro capacità contributiva. Lo Stato sociale, di cui usufruiscono tutti i cittadini, com’è noto, è sostanzialmente finanziato dal prelievo sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Tutta la spesa pubblica (infrastrutture, incentivi fiscali, bonus, ecc.), orientata in primo luogo a soddisfare le esigenze dell’economia, è finanziata da imposte sul lavoro o tramite l’indebitamento pubblico.

L’evasione fiscale viene tollerata. Non si tiene affatto conto che il 70 per cento del tax gap riguardante l’Irpef è dovuto ai lavoratori autonomi e imprenditori; che l’Iva non versata dagli stessi soggetti è di 26 miliardi, pari a un terzo di tutta l’evasione Iva in Europa (93 miliardi). L’evasione in Italia comprende anche l’Ires, l’Imu, l’Irap e così via, per un totale di circa 100 miliardi all’anno, una realtà che il governo Meloni volutamente ignora o preferisce imbellettare.

Per la destra, l’interesse nazionale si identifica con il suo elettorato di riferimento. La leva fiscale non è lo strumento per trovare le immense risorse che servono ad affrontare le emergenze sociali e ambientali del nostro tempo, ma è l’arma da brandire contro il lavoro dipendente e contro le fasce deboli, verso le quali non si esita, tra l’altro, a usare toni di dileggio se non di criminalizzazione.

La stessa discussione sul tetto del contante e sulla franchigia all’uso del Pos, aldilà degli ammiccamenti al sommerso, è un diversivo che oscura il dato politico di fondo di un governo che reagisce alla crisi della globalizzazione con politiche di chiusura corporativa, di discriminazione sociale, di divisione e sgretolamento territoriale.

La tassazione differenziata fa il paio con l’autonomia differenziata, sono parte di un’unica strategia che considera immutabili i rapporti di classe, economici e di potere così come si configurano a livello sociale e territoriale.

La democrazia corre seri rischi proprio perché l’antidoto della destra ai processi di disgregazione sociale e di frammentazione regionalista e localista resta l’autoritarismo, il presidente eletto dal popolo, il capo carismatico che ristabilisce la legge e l’ordine (law and order). La disarticolazione del sistema fiscale, in questa luce, rappresenta lo strumento scelto per rompere in modo definitivo quel compromesso socialdemocratico tra Stato e mercato che, con alterne vicende, ha caratterizzato il capitalismo occidentale dal secondo dopoguerra fino ad oggi.

C’è da dire, purtroppo, che la destra è stata agevolata in questo processo dai precedenti governi di centro-sinistra. Da una legge finanziaria all’altra sono stati introdotti regimi speciali e sostitutivi, trattamenti di favore, cedolari secche, incentivi e bonus, stravolgendo e calpestando i princìpi di equità e di progressività fiscale.

Maurizio Leo, viceministro dell’Economia con delega al fisco, ha annunciato il proposito di ripresentare il Parlamento, entro febbraio, una nuova legge delega. La sua maggiore preoccupazione sembra essere la depenalizzazione dei reati fiscali (omessi versamenti e dichiarazioni infedeli) e l’abbassamento delle sanzioni amministrative per chi non paga. Nessun accenno alla riforma del Catasto. Nessuna volontà di spostare il peso fiscale dal lavoro alla rendita. Nessun ancoraggio all’Europa. Per l’Irpef il viceministro prevede una ulteriore riduzione delle aliquote, un primo passo verso l’«appiattimento», ha dichiarato. Nell’insieme un pot-pourri indigesto e maleodorante. Che la sinistra affronti la realtà, non è più tempo di chiacchiere.

 

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