Alla prima manovra la destra sbanda. Stasera la fiducia

Andrea Colombo il Manifesto 23 dicembre 2022
Alla prima manovra la destra sbanda. Stasera la fiducia
Testo rispedito in commissione per 44 correzioni. Deputati imbavagliati per fare in fretta

 

La manovra arranca e per procedere il presidente della commissione Bilancio Giuseppe Mangialavori imbavaglia il Parlamento tagliando il tempo degli interventi dei deputati. Le opposizioni scelgono di disertare il voto. La maggioranza fa tutto da sola e in serata la manovra arriva finalmente al momento chiave della richiesta di fiducia. Sarà votata stasera dalle 20.30 e domani arriverà l’approvazione del testo, riveduto e corretto per tappare i buchi apertisi un po’ ovunque anche all’ultimo momento. Era già successo in passato più volte, anche l’anno scorso, ricorda la sottosegretaria all’Economia Lucia Albano ed è vero. Però mai in maniera tanto scomposta e sgangherata.
QUARANTAQUATTRO emendamenti in fila per sei, col resto di due. Tante sono le modifiche alla manovra sulle quali la ragioneria dello Stato ha da eccepire. Senza contare il pezzo da novanta: l’emendamento del Pd approvato per sbaglio, una confusione sul numero della modifica da votarsi, che stanziava 450 milioni per i comuni avendone a disposizione solo 200, una miseria, per l’intero pacchetto.

In gran parte le obiezioni riguardano le coperture, o meglio l’assenza di coperture. Non sempre però: nel caso della norma sullo smart working prorogato per i fragili la faccenda è più complessa, serve una riformulazione complessiva che richiede un po’ di tempo in più. Solo questione di soldi, invece, sulla Carta giovani, altra nota dolente. L’aula di Montecitorio procede a singhiozzo in attesa che il provvedimento ripassi per la commissione Bilancio, che però ha bisogno di tempo per spulciare le 18 pagine fatte pervenire dalla Ragioneria dello Stato. Finalmente, nel tardo pomeriggio, la commissione è pronta, l’aula interrompe e riconvoca la seduta per le 20 ma ecco che spunta, immancabile, un nuovo problema. Il governo, per bocca del sottosegretario all’Economia Federico Freni, chiede una sospensione per chiarirsi le idee sul bonus cultura che alla fine, almeno per il prossimo anno, dovrebbe restare quello che era.

È UN FILM GIÀ VISTO negli ultimi giorni: una giostra in cui tiene banco non l’arroganza del governo, come sin troppe volte successo in passato senza distinzioni fra destra e sinistra, ma la sua goffaggine, la superficialità solo in parte imputabile alla fretta, il pressapochismo inaudito. Con i parlamentari del suo partito, riuniti per i tradizionali auguri, la premier si mostra soddisfatta: «Mi pare che tra mille difficoltà anche di rodaggio tutto il racconto contro di noi, che prefigurava una partenza da catastrofe, sta tornando indietro come un boomerang». Contenta lei…

CON BRUNO VESPA, dal quale stavolta si presenta davvero, Giorgia Meloni è baldanzosa. «Quello che sin qui ci è mancato è solo un po’ di ottimismo e sano orgoglio. Gli italiani non si aspettano miracoli ma che quel che fai lo fai perché è giusto e non per condizionamenti». Seppellisce il Mes: «Finché conto qualcosa l’Italia non lo prende e lo firmo col sangue». L’Italia «non è più Cenerentola e il tetto sul gas è uno scudo contro la speculazione. Non sapete quanta voglia d’Italia riscontro nel mondo». Fortissima a Kiev, dove l’ultrà atlantista promette di recarsi al più presto.

La presidente del consiglio rivendica tutto, anche i passaggi che ha dovuto sacrificare in omaggio all’Europa, come il tetto Pos: «Non è giusto imporre agli esercenti di accettare pagamenti elettronici per un caffè. Quindi o gli operatori, con la nostra moral suasion, si mettono d’accordo per azzerare le commissioni bancarie sotto un importo basso oppure le tassiamo e usiamo la tassazione per aiutare gli esercenti». Il peggio, come del resto già nel testo della manovra che è fatta d’aria in tutto tranne che nella guerra santa contro i percettori di reddito di cittadinanza, la premier lo dà proprio sul rdc: «I lavori dignitosi ci sono e si trovano. Certo se non li accetti perché vuoi solo il lavoro dei tuoi sogni non puoi pretendere che lo Stato ti mantenga con le tasse di chi ha accettato di non fare il lavoro dei suoi sogni».

I DISOCCUPATI, INSOMMA, sono tali per loro colpa e di qui a dire che i poveri se la sono voluta ci passa un soffio. Il governo, bontà sua, ha chiarito che almeno sul piano geografico l’offerta di lavoro unica, quella che come nel Padrino «non si può rifiutare», deve restare congrua. Su tutto il resto, in particolare sulla retribuzione invece no: prendere o lasciare ogni reddito. L’offensiva non è finita, del resto. Sia la premier che il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon promettono una nuova mazzata, sotto forma di «riforma complessiva del reddito di cittadinanza», già in gennaio. Il poco che dell’unica riforma sociale varata negli ultimi decenni resta è ancora troppo.

 

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