Se la Bindi preferiva lo scioglimento…

Francesca Schianchi La Stampa 28 febbraio 2023
Rosy Bindi: “Per la segretaria sarà molto difficile cambiare tenendo unito il partito”
L’ex presidente Pd: «Al programma manca visione, e perché non è andata a Crotone? Il voto di domenica dimostra che tra elettori e iscritti c’è una distanza da colmare»

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Meloni spinge a destra: “Presidenzialismo e riforma del Fisco”

Francesca Schianchi La Stampa 30 dicembre 2022
Meloni spinge a destra: “Presidenzialismo e riforma del Fisco”
La premier alla sua prima conferenza stampa di fine anno, durata tre ore: «Mi fido degli alleati. Andrò alle celebrazioni del 25 aprile. A Kiev entro il 24 febbraio. In Iran repressione inaccettabile»

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L’improvvisazione al comando, uno stillicidio di misure divulgate, riviste, corrette

Francesca Schianchi La Stampa 29 novembre 2022
L’improvvisazione al comando
Obbligo di Pos per i commercianti solo a partire da spese sopra i 30 euro. Anzi no, sopra i 60. O forse si tornerà a una cifra più bassa: «Sono in corso interlocuzioni con la Commissione europea», ammette un asciutto comunicato di Palazzo Chigi.

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I fronti aperti di Giorgia e la minaccia Salvini, il sole oscurato

Francesca Schianchi La Stampa 25 ottobre 2022
Alleati e Macron: i fronti di Giorgia
È durata appena quarantott’ore la luna di miele di Giorgia Meloni. Appena il tempo di giurare al Quirinale e raccomandarsi nel primo Consiglio dei ministri – «parlare poco e lavorare molto, e lavorare uniti» –, di ricevere la rassicurazioni dai suoi vicepremier che sì, la squadra si muoverà «come un sol uomo», e già i primi problemi si presentano lampanti agli occhi di tutti.

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Veltroni, il cantastorie del mondo e dell’identità che non c’è

Francesca Schianchi La Stampa 5 ottobre 2022
Veltroni: “L’opposizione non è una gogna. Il Pd non si deve sciogliere ma coltivi la sua vera identità”
L’ex leader dem: «Non sarà risolutiva l’ennesima testa di segretario che rotola, la sinistra si rigeneri. Non bastano i tweet: ora si scenda in piazza per la libertà assediata in varie parti del mondo» leggi tutto

Piazza del Popolo, pentola a pressione a cielo aperto

Marcello Sorgi, Francesca Schianchi, Massimiliano Panarari, Ugo Magri La Stampa 23 settembre 2022
 
Dai progetti politici alla lotta al vertice, i leader del centrodestra ai raggi X

 

 


LA COALIZIONE – La battaglia della Lega per non cadere al Nord (Marcello Sorgi)

La domanda che tutti si fanno nel centrodestra, a cominciare dai membri della coalizione, è questa: dando per scontato che Meloni sarà quella che otterrà il miglior risultato elettorale, la sua crescita avverrà perché riuscirà a richiamare alle urne frotte di elettori indecisi o potenzialmente astensionisti, o perché invece porterà via voti agli alleati? Negli uffici dei sondaggisti obbligati per legge a lavorare in segreto, in realtà, la risposta si sa già. Ed anche se è inutile chiedere, con un pizzico di approssimazione, ragionando, mettendo insieme indizi ricavati da lunghe conversazioni, si può dire che delle due ipotesi, la più probabile è che Meloni sbanchi il centrodestra, dando una tosata a Salvini e Berlusconi e portandogli via buona parte degli elettori. La maggioranza prodotta da un risultato del genere – sempre che sia confermato – pur non avendo problemi di numeri nel nuovo Parlamento dei 600 seggi, sarebbe, va da sé, più squilibrata, perché, se non nel partito del Cavaliere, dove come si sa il cambio di leadership non è previsto, in quello del Capitano qualche problema si aprirebbe. Se dopo tutto quello che Salvini ha fatto in questi quasi cinque anni di legislatura – governo, opposizione, governo e opposizione insieme, balzo in avanti alle Europee seguito dal declino, sostegno obtorto collo a Draghi, no-vax, libera uscita filorussa avanti e indietro – alla fine dovesse prendere meno voti del 2018, e soprattutto se la parte più pesante della sconfitta dovesse registrarsi al Nord, dove il Carroccio ha da sempre le sue radici, prevedibile, al minimo, sarebbe un periodo di instabilità interna della Lega. Nulla che possa arrivare a mettere in discussione il governo, che nascerebbe lo stesso, specie in presenza di una maggioranza parlamentare. Ma abbastanza per rendergli la vita turbolenta.


LA LEADERSHIP – Giorgia premier, una corsa a ostacoli (Francesca Schianchi)

È Giorgia Meloni la favorita, e si capisce dalla scaletta, che la vuole ultima a chiudere il comizio; dalle urla della piazza, non tra le più calorose ma che per lei si anima e intona “Giorgia, Giorgia”. Nella liturgia della chiusura, è la leader di Fratelli d’Italia che viene incoronata leader della coalizione, in attesa che siano i voti di domenica a dare il responso. Ma in questa «breve ma intensa campagna elettorale», come ha detto lei salendo sul palco, l’impressione è che il tempo non sia stato sufficiente a ricucire tutte le ferite della coalizione, a cominciare da quella, profonda, sull’elezione del presidente della Repubblica.

Non basta salire sul palco tutti insieme, mano nella mano, per nascondere le differenze che si sono viste in campagna elettorale, gli scarti, i messaggi da lontano: da Berlusconi su Orban, in disaccordo coi compagni di strada, a Salvini sullo scostamento di bilancio, richiesto un giorno sì e l’altro pure mentre lei si affanna a definirlo una extrema ratio. Ancora ieri, ancora nel giorno in cui più era necessario mostrarsi compatti, una crepa, significativa. Meloni rivela che ha «in mente alcuni nomi» di ministri di un suo eventuale governo, e il leader della Lega non aspetta nemmeno mezza giornata per redarguirla, «non ci sono uomini o donne soli al comando – l’avvertimento – la squadra si costruisce insieme». All’inizio della campagna elettorale, ci è voluto un po’ di tempo, ai due leader uomini di Forza Italia e Lega per ribadire con chiarezza la pur vecchia regola interna che chi prende più voti è il candidato presidente del Consiglio della coalizione. Se Giorgia Meloni sarà tra loro la più votata, avrà guadagnato la candidatura. Ma la strada per imporre la sua leadership agli alleati, potrebbe essere ancora lunga.


LA PRESENZA FISICA – Musica e colpi di teatro, ma i leader restano divisi (Massimiliano Panarari)

Già a un sommario colpo d’occhio, lo spirito unitario sta più nella piazza che sul palco. La chiusura della campagna del destracentro si svolge con una coreografia da concerto, tra musica “a palla”, gazebo, e uno speaker in stile vocalist da discoteca che introduce in modo epico gli interventi. Ma il concerto (inteso come unità di intenti) non è precisamente il messaggio che proviene dal palco. E l’insistito chiamarsi per nome di battesimo non cancella l’impressione che l’evento di piazza del Popolo coincida di fatto con una sequenza di singoli discorsi dei leader. Insomma, comizi quasi da separati in casa (denominata, una volta, «delle libertà»). Berlusconi “sguaina” il sempiterno sorriso d’antan e fa il liberale; ma, in ambedue i casi, il tempo passa, e si vede. Maurizio Lupi, in cravatta e abito scuro, e mantenendo saldamente la presa sui microfoni, rappresenta Noi moderati, ma sfodera una retorica tonica e, a tratti, aggressiva (“quasi populista”, ammette). Salvini va sull’«usato sicuro» del suo repertorio. In giacca senza cravatta, sfila lungo la pedana col consueto body language da performer. Gesticola parecchio, a volte afferra il podio con decisione, altre scartabella i fogli degli appunti; e ricerca il contatto col pubblico, circondato da un “coro silente” di militanti che issano cartelli con le sue parole d’ordine. Colpo di teatro – letteralmente – per Giorgia Meloni, che viene annunciata da un tolkieniano Pino Insegno; e si presenta nella versione oratrice d’assalto, in un crescendo di toni (solo un decibel in meno di quelli da Vox). Utilizza l’artificio retorico della paura per elencare i “nemici” che la devono temere, e si mostra molto sicura di sé (ricorrendo disinvoltamente a qualche espressione in romanesco). Solito giro col cellulare che filma la folla, canzone Su di noi. Sventolio di bandiere, sciamare speranzoso dei convenuti. Gioco, partita, incontro.


LO SCONTRO GENERAZIONALE – Dal drive-in a TikTok, l’amarcord di Silvio (Ugo Magri)

Grande comiziante Berlusconi non lo è stato mai. Perfino negli anni d’oro pativa il confronto con la parlantina sciolta di Gianfranco Fini e con quella ruspante però efficace di Umberto Bossi. Al confronto, Silvio suscitava sbadigli; in compenso prendeva molti più voti di quei due messi insieme, per cui nelle grandi kermesse con gli alleati il Cav era sempre l’ultimo a salire sul palco prendendosi tutti gli onori. Ieri invece, nella manifestazione a Piazza del Popolo, gli è stato assegnato il ruolo meno nobile dell’apripista, del rompighiaccio, della vecchia gloria incaricata di scaldare la platea in attesa dei veri protagonisti: Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Già questa collocazione minore rende plasticamente l’idea delle reali gerarchie nel centrodestra, in pratica chi comanda davvero, sollevando parecchi dubbi sul ruolo di garante dell’alleanza che Berlusconi promette di svolgere.

L’uomo, gliene va dato atto, ce l’ha messa tutta sfoggiando una tempra insospettabile in chi il 29 settembre prossimo spegnerà 86 candeline. Ha tentato senza successo una gag delle sue, fingendo di stupirsi («ma chi ha pagato questo qua? » ) per la pioggia di riconoscimenti con cui un ignoto presentatore l’ha chiamato sul palco. Nei successivi venti minuti non ha fatto altro che autocelebrarsi, rievocando per la milionesima volta i suoi passati governi, quando quelli che si recheranno a votare per la prima volta ancora non erano nati. Prevedibile, déjà vu. Molto meno efficace di quando si lancia su TikTok, oppure accoppa un moscone in diretta tivù: il miglior Berlusconi, ieri come oggi, è quello che nessuno si aspetta.