L’Ulivo non c’è se non cresce nel sociale e nelle idee

Fabio Martini La Stampa 30 Giugno 2022
Prodi: “Il Pd può vincere le elezioni ma ascolti i problemi della gente”
L’ex premier: «La lezione dell’Ulivo? Parlare di quello che gli italiani discutono a tavola. Sono preoccupato perché il costo della vita sta aumentando troppo e i salari sono fermi»

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L’Europa è ad una svolta, solo la Francia può assumere l’iniziativa

Romano Prodi Il Messaggero 26 giugno 2022
Il ruolo della Francia​ nella nuova politica UE

 

La guerra di Ucraina continua con le sue crudeltà e le sue sofferenze. Da qualche settimana sembra entrare in una fase di stallo, quasi una guerra di trincea in cui gli eserciti si fronteggiano con estrema durezza, ma con scarsi movimenti sul territorio.

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C’è alle porte un lungo inverno per l’Italia a corto di gas

Romano Prodi Il Messaggero 19 giugno 2022
Crisi energetica – la stagione dei sacrifici prima del voto

 

La guerra di Ucraina continua con le sue tragedie, con i suoi morti e con le sue distruzioni. Nel frattempo si aggravano anche le conseguenze di carattere non strettamente militare di un conflitto ormai divenuto mondiale.

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La complicata transizione all’auto green

Romano Prodi Il Messaggero 12 giugno 2022
In ordine sparso – Le incognite dell’auto green e la coesione che manca

 

I parlamentari europei hanno passato una brutta settimana. In teoria avrebbero semplicemente dovuto ratificare le decisioni prese in passato sui rapporti fra ambiente e mobilità e si sono invece trovati di fronte a nuovi problemi che hanno messo in discussione anche le prese di posizione che sembravano essere ormai patrimonio comune.

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Americani e cinesi tornino a parlarsi

Romano Prodi Il Messaggero 5 giugno 2022
Due terzi del mondo contro l’Occidente: dialogo USA-Cina per fermare la guerra
Dialogo Usa-Cina: I paesi nemici che possono fermare la guerra

Gli ultimi avvenimenti dell’economia e della politica mondiale stanno mettendo in serie difficoltà anche la Cina. leggi tutto

Uniti sulle armi, divisi su tutto il resto

Romano Prodi Il Messaggero 22 maggio 2022
Sanzioni alla Russia – Gli interessi che dividono il fronte occidentale

 

Anche se nessuno è in grado di prevedere quando e come finirà la guerra di Ucraina, è già comune opinione che, dal punto di vista militare, si tratti di una sconfitta russa, dovuta non solo all’imprevidenza dell’operazione ma, soprattutto, alla straordinaria unità del mondo occidentale.

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Prodi: Come fu per l’Euro, in Europa si può aggirare la regola dell’unanimità

Romano Prodi su Il Messaggero del 8 maggio 2022

 

Abbandonare l’unanimità per fare ripartire l’Europa
Impasse sul voto – Questa Europa indebolita dal sistema dell’unanimità

 

L’Unione Europea ha reagito in modo rapido e unitario nell’aiutare l’Ucraina a resistere contro l’invasione russa. L’emergenza è stata affrontata con successo soprattutto in conseguenza dell’operato della Nato, delle sue strutture organizzative e del ruolo che gli Stati Uniti svolgono nell’Alleanza atlantica.

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Tutti i danni di una guerra che può lasciare alla Cina il ruolo di architetto del nuovo ordine mondiale

Romano Prodi su Il Messaggero del 17 aprile 2022
Il ruolo della Cina: le potenze occidentali e la frattura con il resto del globo
Cosa lascerà questa guerra alle potenze occidentali

 

Ho molto sperato che, insieme alla Pasqua, arrivasse qualche concreta ipotesi di pace. Le prospettive di una fine del conflitto sembrano invece allontanarsi nel tempo, così come assai poco concreti appaiono i tentativi di mediazione.

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Francia, Germania, Italia e Spagna: occorre un’iniziativa sulla difesa comune

La Repubblica del 04 aprile 2022 Intervista di Giovanni Egidio a Romano Prodi
Abbiamo bisogno del gas russo e Putin ha bisogno di venderlo

Prodi “Putin ha bisogno di venderci il suo metano Bloccandolo si suiciderebbe”

“Del loro gas abbiamo un gran bisogno, su questo non c’è dubbio. Ma i russi hanno molto bisogno di venderlo. Oltre al fatto che se dovessero chiudere il rubinetto, ci vorrebbe molto tempo per riaprirlo. E per loro sarebbe un suicidio. I grandi impianti non funzionano con un interruttore. Guardate al nostro Adriatico: di energia se ne potrebbe prendere parecchia, ma ci vorrà un anno e mezzo per riavviare l’estrazione”. Romano Prodi sul divano di casa consulta l’ipad, legge notizie e commenti.

Poi arriva la proposta di Letta. “Sanzioni su gas e petrolio? Le immagini appena viste rivelano crimini imperdonabili, inaccettabili anche nelle tragedie belliche. Occorre una risposta forte e unitaria da parte dell’Europa”.

Professore, la dipendenza energetica dalla Russia ora sembra a tutti un errore lampante, possibile che in passato non si sia valutato questo rischio?

“Quando ero al governo, dati i limiti della produzione interna, misi come obiettivo la massima diversificazione degli acquisti, posto che tutti gli Stati erano problematici. Ai tempi, per esempio, gli analisti indicavano l’Algeria come la più soggetta a rischi. La mia priorità è stata essere il più possibile indipendenti, ma il contesto generale italiano non lo permetteva. Sul nucleare c’era stato il referendum, l’idroelettrico faceva quello che poteva. Sulle energie rinnovabili si è lavorato, ma con risultati ovviamente non risolutivi. In conclusione si è continuato a dipendere dall’estero. Inoltre, da parte di tutti i paesi acquirenti, agli esistenti contratti di lungo periodo, che garantivano la sicurezza di rifornimento anche a se a prezzi leggermente più elevati, si preferì la libertà di mercato. Per un po’ questo ha funzionato a nostro favore, poi il mercato è impazzito verso l’alto e lo stiamo pagando caro. Adesso abbiamo urgente bisogno di altri fornitori. Accolgo con favore l’offerta americana di aumentare l’esportazione di gas verso l’Europa, ma i produttori americani lo vendono a prezzo di mercato che ora è altissimo. Mi auguro possa essere l’occasione per ottenere energia in modo più diversificato e gestito”.

Ma se, sanzioni a parte, si dovesse davvero convertire in rubli il pagamento del gas, cosa potrebbe succedere?

“Apparentemente è una rivoluzione, in pratica è uno strumento di politica interna russa, per il controllo e il rafforzamento del rublo. Oltre a essere un segno di maggiore sovranità, ovviamente. L’interlocutore rimane Gazprombank che è stata esclusa dalle nostre sanzioni, per evitare di essere strozzati. Semplicemente si continuerà a pagare alla stessa banca in euro che li cambierà in rubli, con modalità più complesse e controllate dal governo russo. Se fosse stato davvero un fatto rivoluzionario, il prezzo del gas sarebbe schizzato. Ma così non è stato”.

Si tornerà all’età del carbone?

“Solo come stato di necessità, in modo limitato e per un tempo brevissimo. Uno stato di necessità e non una strategia futura. Sarebbe un errore clamoroso, una scelta non prospettica”.

Con lo sguardo dell’economista, come interpreta la posizione della Cina rispetto al conflitto in corso?

“Io credo che la Cina stia comprando tempo. Lo si deduce dal concetto che sempre viene ripetuto: la Russia è amica, ma i confini sono sacri e non si toccano. Le due cose non stanno insieme. Naturalmente i più cinici dicono che la Cina stia aspettando di capire chi vince. E in fondo tra comprare tempo e aspettare, non c’è poi tanta differenza. Bisogna però tener conto che da un lato Cina e Russia sono alleate, ma dall’altro la Cina ha un giro di affari con Stati Uniti e Europa dieci volte superiore a quello con la Russia. La questione non è irrilevante vista l’importanza che Xi Jinping ha sempre dato alla crescita. Importanza che non può essere trascurata soprattutto in vista dell’imminente congresso del Partito comunista del prossimo novembre”.

L’Europa in tutto questo cosa può fare?

“Questi tragici eventi devono spingere l’Europa a preparare la propria sicurezza futura, partendo dalla politica estera e della difesa. La scelta della Germania di aumentare le spese militari è un fatto storico. Se la Germania però va avanti da sola, e l’Italia pure e gli altri idem, l’Europa perde una grande occasione: avere una comune politica estera e di difesa. Nei prossimi mesi potrebbe presentarsi la vera occasione propizia: se Macron vincerà le elezioni ha la possibilità di promuovere una cooperazione rafforzata fra Francia, Germania, Italia e Spagna alla quale si aggiungerebbero in fretta altri numerosi paesi. Si supererebbe così l’ostacolo dell’unanimità per compiere finalmente un passo decisivo verso una politica comune. Non è infatti obbligatorio andare avanti tutti insieme, così come è avvenuto per l’Euro”.

Sul tema delle spese militari l’Italia si è divisa, sia nella maggioranza di governo che nel dibattito pubblico sul pacifismo. Lei che linea si è dato?

“Sempre quella della prospettiva europea. Aumentiamo la spesa, com’era previsto, ma decidiamo di farlo in un contesto comune, cioè europeo, altrimenti si spende di più senza avere nessuna efficacia. La divisione nel governo invece mi è sembrata solo una questione identitaria delle forze politiche, risoltasi in fretta. Quanto al dibattito sul pacifismo e le responsabilità della guerra in corso, non si può fare confusione. Io sono sempre stato e resto fedele all’Alleanza atlantica, ma nel 2008, insieme a Francia e Germania, ho votato contro la proposta di Bush di ammettere subito l’Ucraina nella Nato. Tuttavia questo non può mettere in secondo piano che c’è stata l’invasione e che l’Ucraina deve essere aiutata e sostenuta. Anche militarmente. Ma il dialogo tra le grandi potenze deve restare, e ora ne vedo poco”.

Crede che Putin potrà fermarsi se conquisterà Mariupol?

“Non ho idea di cosa pensi Putin. E non è facile indovinarlo. Ricordo quando gli chiesi di ospitare Emergency in Cecenia e lui mi rispose: “Tu non sei cittadino russo, io non lascio che decidano gli altri del mio Paese”. E non so nemmeno quali siano stati gli accordi o i disaccordi con Xi nei loro recenti incontri. Continuo comunque a ritenere che solo l’accordo fra Stati Uniti e Cina possa mettere fine alla tragedia della guerra in corso”.

L’arrivo contemporaneo di peste, fame e guerra

di Romano Prodi su Il Messaggero del 3 aprile 2022
Guerra e sanzioni: i segnali di recessione

 

Misure urgenti – Il prezzo della guerra e i segnali di recessione

 
Sulle tragedie politiche, umane e materiali della guerra di Ucraina, abbiamo già molto riflettuto nelle scorse settimane e ancora ne dovremo purtroppo parlare in futuro. Oggi limiteremo la nostra attenzione alle conseguenze economiche di questo conflitto, tanto inaspettato quanto insensato. Un conflitto che, nello spazio di poco più di un mese, ha già sconvolto gli andamenti delle nostre economie.

Mentre ci attendevamo un anno che avrebbe più che completato la ripresa post-covid, le aspettative si sono totalmente rovesciate: nell’anno in corso la crescita mondiale non sarà superiore al 2,5% (mentre è stata del 5,9% nello scorso anno).

L’Eurozona e l’Italia si fermeranno intorno al 2,2%. Il che, se togliamo il trascinamento frutto della crescita dello scorso anno, significa che la guerra ci ha già portato alla stagnazione, con tutte le conseguenze del caso, a partire dall’incidenza negativa sull’occupazione.

La seconda conseguenza è l’aumento dell’inflazione. In questo caso si tratta di un processo che era già in corso, ma che è fortemente aumentato di intensità, fino ad arrivare al 7,5% nell’Eurozona e a una cifra ancora superiore negli Stati Uniti.

Un rialzo che si deve soprattutto al prezzo dell’energia e delle materie prime, da alcuni osservatori ritenuto temporaneo. E’ tuttavia opportuno ricordare che non conosciamo affatto la durata di questa provvisorietà e che i prezzi sono aumentati in tutti i settori della nostra economia, a partire dai prodotti industriali fino ai beni alimentari che, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sono lievitati del 7%.

Il processo inflazionistico si è ormai talmente diffuso che obbliga a ritenere molto probabile l’adozione di una politica monetaria fortemente restrittiva, con la conseguenza di frenare ulteriormente l’economia.

Anche se negli Stati Uniti, dove la politica restrittiva è già cominciata, non si pensa ad un aumento dei tassi a breve superiore al 2,5% in corso d’anno. Da notare che i tassi a breve si stanno posizionando a un livello superiore ai tassi a lungo termine: questo è solitamente il segnale che gli investitori prevedono l’arrivo di una recessione che porterebbe, insieme alla crisi, una diminuzione dei tassi di interesse a livello generale.

Il combinato disposto del freno della crescita e dell’aumento dell’inflazione porta naturalmente al crollo della fiducia delle famiglie e a un’erosione del loro potere d’acquisto.

Un’erosione che, concentrandosi particolarmente sulla bolletta dell’energia e sui prodotti alimentari, incide in modo percentualmente superiore sulle famiglie a basso livello di reddito.

Il che ci porta a dovere tenere in conto un’ultima conseguenza: la necessità di provvedere con le risorse del bilancio pubblico al sostegno dei redditi più duramente colpiti da questi cambiamenti. Il governo italiano ha provveduto in questa direzione con la non trascurabile somma di 10 miliardi.

Una somma certamente sostanziosa, ma molto inferiore agli oneri derivanti dai rincari e temporaneamente limitata, nella speranza che gli aumenti nel settore energetico siano di breve durata.

Anche noi lo speriamo ma, nell’elevata possibilità che questo non avvenga, è bene preparare nuovi strumenti di intervento che, data la ristrettezza del nostro bilancio pubblico, dovranno essere concentrati a favore delle categorie meno abbienti, così come si dovrà provvedere ad un programma di aiuti specificamente dedicato ai rifugiati.

A fianco di queste osservazioni, che possono essere purtroppo considerate come il frutto avvelenato di una qualsiasi azione bellica, dobbiamo mettere in rilievo alcune conseguenze specifiche del conflitto in corso, oltre i già noti sconvolgimenti del settore petrolifero (la cui esportazione dalla Russia è assai inferiore a quella prebellica) e del gas, che continua ad arrivare in quantità simili a quelle precedenti, ma a prezzi molte volte superiori.

Dalla zona di guerra arrivano infatti non solo prodotti energetici, ma anche il titanio per le nostre lavorazioni meccaniche, l’argilla per le ceramiche e soprattutto tanto grano, tanti olii vegetali e tanti fertilizzanti indispensabili per la nutrizione di decine di milioni di persone che, soprattutto nei paesi più poveri, si trovano ora senza i beni indispensabili per la propria sopravvivenza. Il dramma delle guerre e delle sanzione è che finiscono col colpire alla cieca.

Quanto alle nostre esportazioni, i due paesi coinvolti nel conflitto ne assorbono una quantità notevole ma non eccessiva: l’1,7% la Russia e lo 0,4% l’Ucraina, mentre più fortemente colpito è il settore turistico, che già soffriva per le pesanti conseguenze del Covid.

Consistente, ma non eccessiva, è inoltre l’esposizione del nostro sistema bancario, già colpito oltremisura dalla forte diminuzione delle quotazioni azionarie delle due banche maggiormente presenti nel mercato russo.

Terribili sono evidentemente le conseguenze economiche interne all’Ucraina a causa delle impressionanti distruzioni umane e materiali, ma pesante è anche la situazione russa dove il reddito è crollato di oltre il 9% e interi settori, soprattutto quelli ad alta tecnologia, sono sostanzialmente bloccati dalla rottura dei rapporti con i paesi occidentali, anche se gli introiti provenienti dal gas hanno finora impedito il collasso dell’economia.

Sono veramente dispiaciuto di avere elencato in un solo articolo tante tristi osservazioni ma, nel nostro mal governato pianeta, sono arrivate insieme (e insieme convivono) la peste, la fame e la guerra. Non ci resta quindi che completare queste riflessioni con il “libera nos Domine” che era uso recitare di fronte a queste calamità.